Una ricerca Nomisma sottolinea come il problema del italian sounding voglia essere risolto anche dai consumatori Usa che vogliono essere certi di comperare prodotti made in Italy. La tracciabilità può essere la soluzione

Il problema della contraffazione dei prodotti è molto sentito, sia per quanto riguarda i mancati guadagni sia per la tutela del consumatore. Di recente si è svolto il “Growing seed Forum” organizzato da Nomisma con il supporto di Philip Morris Italia. Si tratta di un ciclo di seminari dove si vuole far emergere idee e spunti per sviluppare il sistema economico dell’Emilia Romagna. Da questo primo incontro è emerso con forza il problema della contraffazione dei prodotti alimentari, in particolare quelli Dop/Igp, il fiore all’occhiello della produzione italiana e anche di quella dell’Emilia Romagna. Questa regione ha 41 specialità a indicazioni d’origine e la loro corretta tutela è fondamentale per l’economia di questo territorio.

Nel 2014, L’Icqrf (Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari) ha effettuato 60 segnalazioni “ex-officio” in tutta Europa di situazioni imitative di prodotti Dop/Igp italiani, delle quali ben 40 relative a denominazioni dell’Emilia Romagna: su tutti Parmigiano Reggiano, Aceto Balsamico di Modena e Prosciutto di Parma. Un danno incalcolabile per un sistema certificato che a livello regionale vale oltre 2,5 miliardi di euro. Un sistema che assorbe oltre il 90 per cento del latte vaccino prodotto in regione e che concentra il 73 per cento della produzione di prosciutti Dop italiani.

I consumatori americani amano i prodotti italiani e vogliono essere certi della loro provenienza

Ma se in Europa si può agire con tempestività e si è tutelati, negli Stati Uniti questa tutela non c’è per i nostri prodotti e italian sounding e la mancanza di tracciabilità diventano un grosso problema. A supporto è stato presentata uno studio fatto da Nomisma a 2000 responsabili di acquisto di prodotti alimentari distribuiti in sei aree metropolitane degli Usa. Questo lavoro ha sottolineato l’importanza della certificazione e del problema delle imitazioni.

Lo studio si è concentrato sul Parmigianno Reggiano e sul Prosciutto di Parma, dove gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato estero, e l’importanza della tutela delle indicazioni geografiche nell’ambito dei negoziati Ttip, l’accordo di libero scambio Usa-Ue.

«Anche se in media la quota di prodotti made in Usa rappresenta il 73 per cento della spesa alimentare delle famiglie – ha spiegato Denis Pantini, responsabile settore Agroalimentare di Nomisma – nella parte rimanente l’italianità dei prodotti assume un ruolo di primo piano: l’Italia figura al primo posto come origine di alimentari esteri più ricercati, dopo viene il Canada poi la Francia, con una predilezione particolare verso formaggi, pasta, olio d’oliva, sughi e vino. L’origine italiana – ha sottolineato Pantini – rappresenta per il consumatore americano una garanzia di qualità (72 per cento dei consumatori - ndr) e sicurezza alimentare (19 per cento dei consumatori - ndr), anche se il fenomeno del italian sounding rende difficile capire ciò che è realmente italiano».

La confusione regna sovrana e bastano pochi elementi grafici per crearla, come ha dimostrato un test condotto con due confezioni di Parmesan americano. La prima è stata identificata come prodotto di origine statunitense, mentre la seconda, arricchita di tricolore e altri elementi che richiamavano l’Italia, è stata identificata come made in Italy. Qualcosa però sta succedendo anche tra i consumatori d’oltreoceano: l’85 per cento ritiene importante conoscere l’autenticità dei prodotti che acquista. Tanto che, 9 consumatori su 10, sarebbero interessati all’utilizzo di sistemi in grado di identificare l’autenticità dei prodotti comprati. Con la tracciabilità lo stesso consumatore si sente garantito sia in termini di sicurezza alimentare sia di origine e quindi di qualità.

«La tracciabilità è un processo, una cultura e non un elemento tecnologico puro – ha dichiarato Claudio Bergonzi, segretario generale Inidicam – Come evidenzia lo studio Nomisma, occorre che si vada nella direzione di una trasparenza verso il consumatore, nel contempo garantendo alle autorità immediatezza di verifica. La tracciabilità è parallela a una sana e corretta gestione della supply chain, e l’esempio del tabacco, prodotto agricolo come prodotto finito, potrebbe essere un buon inizio da cui partire anche nell’agroalimentare».

Per il tabacco, infatti, è stato sviluppato un sistema in grado di garantire la tracciabilità lungo intera filiera produttiva, dal campo sino al negozio. Viene generato un codice univoco per ogni prodotto e viene apposto, nel caso delle sigarette, sul pacchetto, stecca e imballaggio. Questa tecnologia, denominata “Codentify” e sviluppata da Fata Logistic Systems, potrebbe essere estesa anche ai prodotti alimentari e aiuterebbe a combattere l’ italian sounding che limita gli spazi di crescita delle nostre Dop/Igp sui mercati internazionali.