Il 47 per cento degli italiani è favorevole alla liberalizzazione del consumo e il 38 per cento dei millenial è già pronto a mangiare insetti

Formiche (22 per cento), poi grilli (18 per cento), quindi cavallette (17 per cento). Questa, nell’ordine, la top list delle preferenze degli italiani in tema di insetti edibili. Una parte tutt’altro che minoritaria. Basterebbe dire che il 38 per cento dei millennial si dichiara pronto a mangiare insetti commestibili e il 47 per cento dei nostri connazionali è favorevole alla liberalizzazione del suo consumo. Il countdown è infatti cominciato: dal 2018 arriveranno sulle nostre tavole, in base al regolamento sul novel food approvato nel 2015 dal Parlamento europeo.

Formiche, grilli e cavallette ai primi posti, secondo la ricerca elaborata dal Centro per lo Sviluppo Sostenibile con la Società Umanitaria

Sono questi alcune risultati di un’interessante ricerca e recentissima (chiusa nel maggio 2017 sulla base di un campione casuale di 500 individui) sull’atteggiamento degli italiani riguardo al possibile consumo di insetti (le specie edibili sono circa 1900), presentata a Milano dal Centro per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con la Società Umanitaria. A guidare il gruppo di lavoro del Centro per lo Sviluppo Sostenibile (nella cui équipe ci sono diversi docenti dell’Università Iulm), Andrea Mascaretti, che nel 2015 ha realizzato per Società Umanitaria e Coop Italia la mostra di insetti commestibili del Future Food District (visitata nei sei mesi di Expo da quasi un milione di visitatori). Un pioniere nel campo, visto che ha tra l’altro organizzato l’unica degustazione pubblica d’insetti (importati dal Belgio), che si è svolta in Italia, autorizzata dal Ministero e dall’Asl.

«Dalla nostra ricerca – ha commentato Mascaretti – emerge che la gente è attualmente disinformata sull’argomento: non sa, per esempio, che parti di insetti si trovano anche in diversi prodotti e bevande che consuma. D’altra parte mostra anche molta disponibilità ad assaggiare e provare. Sappiamo – ha continuato – che ci sono multinazionali del food, tra cui PepsiCo, che stanno già lavorando per questo possibile mercato. I primi prodotti che troveremo nel 2018 saranno probabilmente paste ad alto contenuto proteico, snack, focacce: avremo anche la pizza fatta con farina di insetti (che è senza glutine). Ma soprattutto integratori alimentari, per sportivi in particolare».

«Gli insetti – ha fatto notare Mascaretti – hanno una forza eccezionale: sollevano oggetti molto più pesanti del loro peso. Probabilmente ci sono molecole interessanti che spiegano questa particolarità e che scopriremo man mano che avanzerà la nostra conoscenza. Per chi già alleva maiali, aggiungere gli insetti, può diventare un business. L’allevatore è obbligato a pagare per smaltire i liquami dei suini. Gli insetti sono degli ottimi bioconversori e potrebbero smaltire questi liquami, verificato che sono privi di antibiotici, e trasformarli in proteine. Si creerebbe un’economia circolare».

Va precisato che oggi oltre 2 miliardi di persone nel mondo consumano abitualmente insetti. E che uno Stato come il Belgio, fin dal 2014, ha regolamentato il consumo di 10 specie commestibili. Il mercato in Italia (e in larga parte in Europa, se si escludono Olanda, Francia e Svizzera) è vergine. Start up stanno nascendo ovunque, pronte a cavalcare il business.

Entrando nel merito della ricerca si scoprono molti aspetti curiosi. A una prima domanda, esplorativa, su quali siano gli insetti con aggettivi più positivi, formiche, api e grilli svettano. Non riscuotono simpatie, invece, scarafaggi, mosche, cimici, vermi e zanzare.

La prima interrogazione ha sondato quanti siano favorevoli alla liberalizzazione degli insetti per uso alimentare. Domanda che non implicava un coinvolgimento diretto. Risultato, il 47 per cento si è detto favorevole. Un dato leggermente superiore (49 per cento) tra chi fa viaggi all’estero o sceglie alimenti a km zero e chi ritiene importante il rispetto dell’ambiente (50 per cento). Ma sale decisamente (57 per cento) tra chi ama cibi etnici. I favorevoli crescono più si abbassa l’età e prevalgono tra gli uomini (58 per cento) rispetto alle sulle donne (42 per cento).

La domanda si è fatta più diretta quando si è chiesto se si è disposti a mangiarli. La media dei favorevoli scende al 28 per cento, ma con un’impennata al 37 tra chi consuma cibo etnico e al 38 per cento tra i millenial. Qualche punto sopra la media anche tra chi ritiene importante avere una sana alimentazione, il rispetto per l’ambiente e la lotta contro la fame. Va detto che il dato complessivo potrebbe aumentare di circa 4 punti percentuali: corrispondono al gruppo di persone favorevoli al consumo solo se non vedono gli insetti nel piatto.

Un dato molto interessante, che poi trova conferma nei piatti più appetitosi per gli italiani: barrette proteiche con farina di grillo in cima al menu (29,4 per cento), seguite da snack a base di formiche (25,1 per cento), tacos con grilli fritti (25,1 per cento), fusilli di pasta di camole al pomodoro (19,7 per cento). E via via altre «delizie», come barrette energetiche con camole del miele, spiedini di scorpioni, ragni fritti, formaggio con le larve, crema dolce di larve.

Va detto che già oggi gli italiani mangiano cibi simili agli insetti, come i crostacei o i molluschi (85 e 70 per cento degli italiani) o particolari come alghe (54 per cento), rane (27 per cento), lumache (26 per cento). Nessuno poi ha da ridire del miele, un prodotto di insetti. Pochi sanno, poi, dice la ricerca, che già oggi piccole quantità di insetti si ritrovavo nel piatto: nelle farine, per esempio; nelle marmellate e succhi di frutta, dove sono sempre presenti parti di vermi o coleotteri; nell’insalata (afidi e tisanotteri); nel cioccolato (in una barretta ci sono otto parti di insetti); nei coloranti alimentari (la cocciniglia, che rende arancione diverse bevande). Persino nell’aranciata: un bicchiere contiene fino a cinque moscerini. La stima è che ognuno di noi inconsapevolmente mangia almeno mezzo chilogrammo di insetti ogni anno.

Alla fine è solo una questione culturale. «Il primo ristorante che serviva sushi e sashimi è stato aperto a Roma negli anni ’70 – ha rilevato Mascaretti – e allora c’era molta diffidenza a mangiare pesce crudo. Oggi sono esplosi i sushi bar e la gente lo mangia con tranquillità, ritenendolo salutare».