Dopo trent’anni dallo scandalo del metanolo per il vino italiano è tutto cambiato: dalla quantità alla qualità. Conquistato il mercato mondiale

Marzo 1986: in seguito alle segnalazioni di alcuni casi di avvelenamento registrati a Milano, è dato l’incarico al sostituto procuratore della Repubblica Alberto Nobili di fare luce su un clamoroso scandalo del settore alimentare: il vino al metanolo. Vittime, decine di intossicati, inchieste giudiziarie e l'immagine del made in Italy alimentare drammaticamente compromessa in tutto il mondo. Apparentemente, l'inizio del disastro per il settore vitivinicolo – e non solo – del Bel Paese. A trenta anni di distanza, si può affermare, senza tema di smentita, che quel momento di buio assoluto ha segnato l'inizio di una vera e propria rivoluzione che ha portato il vino italiano alla conquista di storici primati a livello nazionale e internazionale. Ricostruiamo cosa è successo, partendo dal dossier “Accadde domani. A 30 anni dal metanolo il vino e il made in Italy verso la qualità” diffuso da Coldiretti e Fondazione Symbola.

Ne è passata di acqua – ma forse bisognerebbe dire vino – sotto i ponti, da quel mese di marzo di tre decenni fa, il mondo della viticoltura italiana è irriconoscibile da allora. Completamente cambiato: in meglio. È cambiata la produzione, sono cambiati i controlli da parte delle istituzioni, è cambiato il consumatore. Un processo che ha visto le tre parti crescere insieme – e influenzarsi reciprocamente – arrivando a creare una “cultura del vino” unica al mondo. Non per niente, trenta anni dopo lo scandalo, il vino italiano ha conquistato il pianeta.

Il metanolo ha cambiato tutto il mondo del vino, oggi siamo ai vertici dell’enologia mondiale

Qualche numero? Cominciamo dal primato in tutto il Vecchio Continente per numero di vini con indicazione geografica: 73 Docg, 332 Doc e 118 Igt. Se nel 1986 la quota di vini Doc e Docg era pari al 10 per cento della produzione, oggi è pari al 35 per cento, e se si considerano anche i vini Igt, categoria nata dopo il 1986, si arriva al 66 per cento, in altre parole i 2/3 delle bottiglie. Non si tratta solo di sigle: dietro di loro ci sono investimenti, nei terreni, nei vitigni, nella formazione delle persone, nella educazione del consumatore. E tanto lavoro. Si stima che il vino offra durante l’anno opportunità di lavoro ad un milione e duecentocinquantamila italiani tra quanti sono impegnati direttamente in vigne, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse, di servizio e nell’indotto che si sono estese in ben 18 settori, dall’industria vetraria a quella dei tappi, dai trasporti alle assicurazioni, da quella degli accessori, come cavatappi e sciabole, dai vivai agli imballaggi, dalla ricerca e formazione alla divulgazione, dall’enoturismo alla cosmetica e al mercato del benessere, dall’editoria alla pubblicità, dai programmi software fino alle bioenergie ottenute dai residui di potatura e dai sottoprodotti della vinificazione (vinacce e raspi).

Tanta ricerca. Tanta innovazione. Che non significa buttare a mare il vecchio per sostituirlo con il nuovo. Al contrario, questi tre decenni sono stati pieni di recuperi di sistemi di produzione, vitigni, etichette, che parevano dimenticati e condannati all'oblio del tempo. Accanto al recupero dei vitigni autoctoni, se ne contano in Italia diverse centinaia, alcuni dicono che siano 1200, possiamo mettere l'introduzione di sistemi di etichettatura che fanno leva sulle tecnologie di comunicazione più moderne – codici Qr per la lettura con smartphone, per esempio, e il web in genere per diffondere ogni informazione o dato su una bottiglia, un vigneto, un'azienda – o che mirano ad eliminare ogni discriminazione nei confronti del consumatore – le etichette in braille. Ancora, il vino è diventato strumento di solidarietà con un crescendo di esempi di lavoro per diversamente abili, detenuti e tossicodipendenti. Anche con il recupero dei terreni sottratti alla criminalità.

Il boom del biologico merita una citazione tutta sua. Con 72.300 ettari di terreno coltivati da 10 mila aziende e 1.300 cantine, in Italia si trova il 22 per centp dei vigneti mondiali coltivati con metodo biologico. Più di uno su quattro.

Innovazione nel produrre, innovazione nel modo di distribuire il vino. Da una decina di anni è possibile mettere in commercio i vini a denominazione di origine nel formato bag in box, gli appositi contenitori in cartone e polietilene, dotati di rubinetto che consentono di spillare il vino senza far entrare aria, garantendone la conservazione. In questi anni sono stati anche introdotti per la prima volta i primi tappi di vetro al posto di quelli di sughero, è arrivato lo spumante made in Italy con polvere d’oro, quello fatto invecchiare nel mare e la bottiglia di spumante con fondo piatto per aumentare la superficie che i lieviti hanno a disposizione per assolvere al meglio il loro compito.

E poi, il settore vitivinicolo nostrano ha anche dato grande dimostrazione di saper fare fronte alla realtà e ai suoi fenomeni. Come i cambiamenti climatici. È salita la temperatura, è salita anche la vite, fino a raggiungere quasi 1200 metri di altezza, come nel comune di Morgex e di La Salle, in provincia di Aosta, dove dai vitigni più alti dell’Europa continentale si producono le uve per il Blanc de Morgex et de La Salle Dop.

Un forte contributo all'innovazione del settore è venuto dal consumatore. Rispetto a trenta anni fa si beve meno, ma si beve meglio. L'acquisto di una bottiglia avviene in modo molto più informato: non è più un “bere per bere”, ma un bere come stile di vita. Si pone grande attenzione all'equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene con se stessi in alternativa agli eccessi. Non per niente è nato e si è affermato il settore del “Wine beauty”: partito con il bagno nel vino, oggi va dal dopobarba all’amarone alla crema viso alla linfa di vite, dallo scrub agli scarti di potatura al gel di uva rassodante, dalla crema antietà allo spumante allo shampoo al vino rosato o allo stick labbra agli estratti di foglie di vite.

Si beve a casa, si beve fuori casa. Con scelte diversificate. Tra le mura domestiche la preferenza va a vini rossi e fermi, fuori casa a bianchi o alle bollicine, se si tratta di aperitivi o feste. Al ristorante, impera ancora il rosso. In tutti i casi, preferenza per le etichette locali o regionali. I vini del territorio fanno registrare i maggiori incrementi della domanda a livello nazionale, con il boom dei vini autoctoni dal Pecorino al Pignoletto, dalla Falanghina al Negroamaro. Nel tempo della globalizzazione gli italiani bevono locale con il vino a “chilometro zero” che è il preferito nelle scelte di acquisto in quasi tutte le realtà regionali. Un fenomeno che ha spinto la nascita a livello regionale di numerose realtà per favorirne la conoscenza, la degustazione e l’acquisto. Sono molte le aziende vitivinicole che aprono regolarmente o in speciali occasioni le porte ai visitatori per far conoscere la propria attività con i metodi di produzioni dal vigneto alla cantina. Sono oltre 1000 i produttori di vino certificati che fanno parte della rete di vendita diretta di Campagna Amica attraverso punti vendita e mercati degli agricoltori dove vengono offerti vini locali a chilometri zero. L'enoturismo è un fenomeno in costante espansione, “Cantine aperte”, per esempio, oggi registra circa 3 milioni di turisti l’anno, per un giro d’affari che si attesta intorno ai 4 miliardi.

Risultato? Dai giorni dello scandalo ad oggi, la produzione italiana di vino si è ridotta del 38 per cento passando dai 76,8 milioni di ettolitri agli attuali 47,4 milioni di ettolitri, i consumi degli italiani si sono praticamente dimezzati passando dai 68 litri per persona all’anno del 1986 agli attuali 37 litri che rappresentano il minimo storico dall’Unità d’Italia nel 1861. Una diminuzione in quantità che ha permesso di aumentare la qualità in misura notevolmente superiore e permesso la conquista del primato mondiale – oggi nel mondo 1 bottiglia di vino esportata su 5 è fatta in Italia, e l'export è valso, nel 2015, 5,4 miliardi di euro – nella produzione davanti ai cugini francesi. E scusate se è poco!