Secondo una sorprendente ricerca Doxa nel 2050 mangeremo insetti, cibo asettico e tecnologico, realizzato con stampanti 3D. Il ministro Martina. «Noi non ci crediamo e continuiamo a puntare su qualità e territorio»

Il cibo del futuro? Sarà asettico, anaffettivo, ma utile. Ci farà stare bene ma non felici. Sarà tecnologico, globale, interculturale, ma controllato nella sua ineluttabile manipolazione. Sarà pratico e veloce, perché in cucina si avrà sempre meno tempo. Sarà sterile, senza profumi, colori e biodiversità. Ci cureremo meglio con l’alimentazione e avremo una dieta che ci manterrà giovani, ma questo attraverso lo scotto di un cibo non emozionale, senza tradizione, radicamento col territorio e gusto.

Non è la trama di un film di David Cronenberg, bensì il sorprendente scenario che emerge da un’indagine Doxa presentata a Expo nell’ambito di un convegno («2050, il cibo che vogliamo»), organizzato da Coop, che si è interrogato sul cibo del futuro. Tra i relatori della tavola rotonda, moderata da Gad Lerner, il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, l’economista Giacomo Vaciago, il teologo Vito Mancuso e il presidente di Coop Italia, Marco Pedroni. La ricerca ha interpellato consumatori di otto diversi Paesi, Italia, Germania, Regno Unito, Usa, Russia, Cina, India e Brasile. E ne ha indagato le abitudini alimentari e le attese. «In nuce c’è già quello che succederà in futuro – ha spiegato l’amministratore delegato di Doxa, Vilma Scarpino – e molti lo stanno già vivendo». Sorprende che, sulla base di alcune provocazioni anche la maggioranza del campione degli intervistati italiani si sia espressa favorevolmente a provare in futuro insetti (44 per cento), carne sintetica (49 per cento), cibo stampato in 3D (63 per cento), cibo prodotto in laboratorio (67 per cento), in pillole (70 per cento), alghe (82 per cento). «Ci attende un cibo freddo, asettico, salutare – ha sottolineato Vilma Scarpino – speriamo di non perdere gusto, emozionalità e convivialità».

Il consumatore vuole essere sempre di più informato su quello che mangia

«Noi rimaniamo convinti – ha argomentato il ministro Martina – che la chiave del cibo sia ancora relazionale e qualitativa. Dobbiamo anzi lavorare per un’ancora migliore qualità, rapportandoci fortemente al territorio. Nel mondo cresce una classe media che vuole mangiare bene, e noi dobbiamo creare una strategia di difesa e allargamento del made in Italy. Ci sono a Expo molti Paesi, come la Cina, che guardano all’Italia come un modello, dal sistema dei marchi europei (Dop e Igp), dove il nostro Paese è leader, al controllo della sicurezza e qualità per cui quello italiano è inarrivabile».

«Noi siamo ciò che mangiamo – ha affermato contrariato il teologo Vito Mancuso citando Feuerbach – Se mangiamo cose tristi creeremo persone tristi, senza passioni. Il cibo triste, freddo, anaffettivo si preoccupa solo dell’aspetto corporeo, ma noi ci alimentiamo anche di emozioni. C’è un valore nutritivo delle emozioni».

Un momento del convegno sul cibo del futuro

Un momento del convegno sul cibo del futuro

Oggi siamo in un periodo in cui ognuno è alla ricerca del suo equilibrio, dice ancora la ricerca, di propri comandamenti in un’overdose di informazioni. Ognuno tenta di darsi un proprio assetto mentale di approccio al cibo creandosi, senza intermediazioni, il miglior regime per sé. Qualche costante però c’è: l’80 per cento consuma, per esempio già oggi cibo etnico. Quello della salute è poi uno dei temi di maggiore sensibilità, complice la crescita d’intolleranze alimentari, allergie, diabete e obesità, si cercano tabelle nutrizionali, si verifica se il cibo sia dietetico. Il passato remoto, quello del periodo della guerra, quando il cibo era ancora legato a una soddisfazione fisiologica, e la sua messa in tavola era allora vissuta come un rito, è ormai alle spalle. Ma superato è anche il passato prossimo, quello del boom economico, del cibo pronto e facile, quando l’industria poteva propinare qualunque cosa.

«I consumatori saranno sempre più attratti dall’aspetto salutare del cibo – ha confermato Mike Watkins, head of retails and business inside di Nielsen, intervenuto al convegno. E vorranno cibo innovativo reperibile sempre e ovunque. Crescerà l’online: già nel 2020 il 20 per cento delle vendite di beni di largo consumo saranno fatti in questo modo e nel 90 per cento dei casi gli acquisti verranno effettuati con smartphone e tablet. E aumenterà anche la necessità di avere informazioni sul cibo».

Sul fronte della trasparenza, Coop è all’avanguardia. Nel Future District si può avere un’esperienza di un vero supermercato del futuro: toccando ogni prodotto schermi e monitor indicano la provenienza del cibo e caratteristiche nutrizionali. «È vero, domani la gente vorrà avere sempre più informazioni – ha affermato il presidente di Coop Italia, Marco Pedroni – E l’idea è di darle in modo semplice. Ma Il cibo è anche per la mente, e noi pensiamo a un supermarket che sia anche uno spazio aperto, relazionale, un’agorà».

Nel Future Food District di Expo si può, inoltre, gettare uno sguardo su uno dei possibili scenari del cibo avveniristico. In bianche scatole, asettiche, si trovano vermi, cavallette, scarafaggi, scorpioni, larve pronte da degustare (per Expo si attende ancora la deroga, visto che in Italia permane il divieto di mangiare insetti). Molti sono convinti che questi potranno essere uno degli alimenti del futuro. Un pannello nel padiglione del Belgio avvisa: «Insects will be good for the planet and for you».