La Lombardia è la seconda regione europea per l’agroalimentare, l’assessore regionale all’Agricoltura Gianni Fava spiega le ragioni di questo successo

La Lombardia è una regione particolare, pur avendo una forte connotazione industriale, l’agricoltura è presente in tutto il territorio, con molte punte d’eccellenza. Viene trasformato più di quello che viene prodotto, ma l’attenzione alla sicurezza e alla qualità dei prodotti è elevata. È la seconda regione europea per l’agroalimentare. Per fare il punto su questo mondo abbiamo sentito l’assessore alla Agricoltura della Regione Lombardia Gianni Fava che ci ha raccontato quello che sta succedendo nei campi, e non solo, di questa terra.

La ricerca di un prodotto di qualità viene fatta non solo da chef e ristoratori, ma anche dalla gente comune. L’agricoltura in Lombardia è in grado di soddisfare le richieste dei consumatori di prodotti di qualità?
«La bilancia della Lombardia pende sensibilmente dalla parte dell’agroalimentare rispetto all’agricoltura. Trasformiamo, in sintesi, più di quello che produciamo. L’aspetto comune di questa vocazione che ha portato la Lombardia a diventare la seconda regione europea per l’agroalimentare è senza dubbio la qualità. Bisogna poi intendersi su che cosa significa e quali aspetti investe il termine qualità. Viviamo nel mondo occidentale, in cui dovremmo dare per scontato il risvolto legato alla sicurezza alimentare. Eppure, a ben vedere, non è esattamente così. Possiamo rispondere – e mi riferisco sempre al mondo occidentale – alle esigenze di food security, intesa appunto come sicurezza nelle quantità prodotte, ma non sempre di food safety, che riguarda la salubrità dei prodotti.
La Lombardia è in grado di rispondere a entrambi i requisiti e va anche oltre, potendo contare mediamente su una qualità che risponde a definizioni complesse, ma che nel caso dell’agroalimentare lombardo mi verrebbe da dire che sono interamente soddisfatte: gusto, originalità, tradizione, tipicità, storicità e distintività. La Lombardia può contare su un sistema riconosciuto su scala internazionale, partendo dai marchi europei Dop e Igp, e passando dalle stelle e dai più diversi elementi che connotano la qualità in cucina, nella ristorazione e nella preparazione dei piatti. Sappiamo coniugare la fantasia alla tradizione e, ritengo, che anche il riconoscimento della Lombardia Orientale come Regione capitale europea della Gastronomia per il 2017 rafforzi i concetti di distintività e di territorialità che dobbiamo promuovere».

Sempre più consumatori si rivolgono dei prodotti biologici, un mercato in costante crescita. L’agricoltura e l’industria agroalimentare lombarda sono protagoniste o stanno rincorrendo altre zone italiane?
«L’agricoltura e ancora di più l’industria agroalimentare lombarde sono protagoniste nella crescita del biologico e assecondano la richiesta dei consumatori di prodotti bio. Personalmente ritengo che non si possa parlare solamente di una moda, visto che il fenomeno ha registrato un incremento dei consumi dell’11 per cento nel 2014 sul 2013 e del 13 per cento nel 2015 rispetto al 2014. Ancora adesso i trend si mantengono positivi, con un indice di gradimento molto elevato per cereali, ortofrutta e, in misura minore, anche il latte. Anche il sistema agro-zootecnico lombardo non si è sottratto ai nuovi stili di consumo e ha incrementato, tanto che le coltivazioni bio sono cresciute del 38 per cento dal 2010 a oggi, passando dai 16mila ettari del 2010 agli oltre 22mila dell’agosto 2016. Gli stessi operatori cosiddetti organic sono passati da 1.221 a 2.133 nello stesso periodo, con una crescita del 75 per cento. Non possiamo però nascondere il fatto che la Lombardia ha privilegiato e continua ad avere come ossatura – giustamente – una produzione convenzionale, aspetto che le ha consentito di salire al vertice delle regioni europee per l’agroalimentare. Al netto della grande opportunità offerta dal biologico, è la produzione su larga scala che risponderà alle necessità alimentari del pianeta».

Parlando di agricoltura sostenibile: il fenomeno del km 0, dei mercatini dei contadini e altre iniziative simili è sviluppato o può essere incentivato ancora di più? E cosa si potrebbe fare per renderlo più capillare?
«Il fenomeno del km 0 e dei mercati contadini è sviluppato, esercita un appeal molto forte sui consumatori e la popolazione ed è indubbiamente in crescita. Si sta evolvendo, al punto che esistono realtà in Lombardia che hanno organizzato delle vere e proprie strutture in cui si è andati oltre il mercato contadino per offrire nuovi servizi, ad esempio di ristorazione a km 0, coinvolgendo magari più strutture in rete. Il Programma di sviluppo rurale lombardo favorisce la costituzione di reti o di organizzazioni di produttori e vede favorevolmente opportunità che coniugano modelli produttivi locali a forme di business nuove e attente anche ad aspetti quali la distintività, la tipicità, la stagionalità dei prodotti. Allo stesso tempo non vogliamo discriminare altre formule di produzione, altrettanto valide e redditizie per le imprese agricole e per il sistema agroalimentare lombardo».

Salute e alimentazione: tutto parte dalla terra e finisce, dopo un viaggio più o meno lungo, sulle tavole degli italiani. Mangiare bene non deve essere solo una scelta fatta da adulti, ma deve essere una forma di educazione. Ci sono programmi per le mense scolastiche o per le scuole in generale per avvicinare i più piccoli a mangiare meglio?
«Sì, ci sono programmi e in verità in passato Regione Lombardia si è trovata a criticare soluzioni che non prevedevano un’adeguata educazione alimentare e consumi privilegiati di prodotti locali o di valorizzazione di ricette del territorio e di biodiversità delle produzioni e delle ricette. Mangiare è un atto agricolo, come ha scritto Wendell Berry, ma allo stesso tempo è anche un atto culturale, che richiede consapevolezza. Non ci si nutre solo riempiendo lo stomaco, è evidente. Recentemente si è chiuso un bando mirato proprio a favorire la comunicazione e le attività didattiche, con l’obiettivo di sostenere progetti non solo per la conoscenza del settore, ma anche a una corretta alimentazione».

I prodotti della tradizione possono essere una valida alternativa al cibo spazzatura che ancora oggi, purtroppo, finisce nelle mani dei più piccoli?
«Assolutamente sì. Ma proprio per evitare di incappare in quelli che sono i due grandi flagelli del mondo occidentale quando parliamo di cibo, e cioè obesità e spreco alimentare, chiaramente figli dell’abbondanza, accanto ai prodotti della tradizione bisogna affrontare un discorso educativo. I prodotti della tradizione raccontano un territorio, una storia, una situazione sociale ed economica. Bisogna saper adattare le necessità attuali alla tradizione. Partendo comunque dall’assunto che il mangiare in maniera varia, senza demonizzazioni o estremismi che oggi si sono impossessati di alcune frange di consumatori, è un passo importante per nutrirsi in modo equilibrato. Un’alimentazione sana porta benefici innegabili o anche solo evita problemi di salute gravi, non dimentichiamolo».

Oggi è l’epoca dei senza qualcosa, non c’è prodotto che non rechi un messaggio di questo tipo, ma se dovessimo fare un gioco e ribaltare la cosa, trasformando il messaggio in questo prodotto c’è… Cosa farebbe scrivere e su quali prodotti?
«Se potessi far scrivere che in alcuni prodotti c’è passione, c’è storia, tradizione, territorio e cultura lo farei. Poi però bisogna anche riconoscere che una sintesi di tutto quanto ho detto compare nella formula del marchio comunitario Dop, Denominazione di origine protetta. Il 2016 che è stato per i primi sette mesi davvero terribile per la zootecnia, vorrei far scrivere sui prodotti Lombardia che sono appunto figli dell’economia, del tessuto sociale che anima una regione che in realtà è il quinto Stato dell’Unione europea per popolazione e per Prodotto interno lordo. Sarebbe molto bello che i consumatori, uomini e donne di questa grandissima regione, riflettessero su un aspetto che all’estero viene considerato un valore e una celebrazione del territorio, mentre da noi è visto talvolta con un’accezione negativa, figlia forse di un retaggio campanilistico medievale che dovremmo superare
Cambio argomento, ma i temi sono molto vicini. Non voglio certo fare polemica con il governo, ma dopo tre anni di battaglia personale, sostenuta anche da Assica, finalmente il ministero della Salute ha riconosciuto una certificazione su base regionale sul fronte dell’indennità da malattia vescicolare suina. Per anni non è stato possibile, oggi finalmente la Macroregione agricola del Nord può esportare in Cina senza che la presenza di focolai in Sardegna, Campania o Calabria possano cancellare opportunità significative per tutta quella zona che è leader per la produzione e la trasformazione di carne suina».

Latte, artigiani casari, riso, grano, carne: non passa giorno che non si sentano messaggi allarmistici sullo stato di salute di alcuni settori. Il termometro lombardo cosa segna?
«Il termometro della Lombardia segna innanzitutto controlli puntuali. Ogni giorno in Lombardia si svolgono 20mila analisi solo nel mondo del latte. Il monitoraggio ha un costo, è innegabile, ma Regione Lombardia è convinta che sia un dovere garantire controlli e sicurezza alimentare ai propri cittadini e ai consumatori. Sono sforzi che, accanto all’applicazione delle normative sul benessere animale da parte degli allevatori, danno risultati concreti e hanno evitato che in Lombardia si verificassero casi come è capitato all’etero di polli o suini alla diossina, di escherichia coli sull’ortofrutta, eccetera. La casistica purtroppo è abbastanza ampia, ma in questo possiamo finora dirci soddisfatti, perché probabilmente abbiamo un’etica nella produzione forse superiore e comunque controlli accurati in tema di tracciabilità e rintracciabilità delle filiere. Le cito solo un caso: in seguito alla segnalazione di contaminazione da aflatossine di alcune partite di latte, la Lombardia con i servizi veterinari e l’Istituto zooprofilattico ha analizzato campioni provenienti dalla regione e dall’estero, non con lo scopo di condannare, ma di ricercare e, visti i risultati assolutamente soddisfacenti, di tranquillizzare la popolazione. Ecco, se posso aggiungere una frase alla domande di prima, sull’etichetta farei scrivere, scherzando, ma non troppo: Prodotto lombardo, controllato e sano».

Come è il dopo Expo per la Lombardia agroalimentare? È stata un’opportunità sfruttata o terminata la vetrina sono scomparsi tutti?
«Il dopo Expo per la Lombardia agroalimentare ritengo sia positivo, ma perché Regione Lombardia, insieme anche ad altre realtà, come ad esempio Unioncamere, ha proseguito a sostenere con azioni mirate l’export e la promozione della propria produzione. Si possono avere i prodotti migliori del mondo, ma se non si fanno conoscere diventa molto difficile avere un ritorno economico.
E in uno scenario come quello attuale, in cui il calo dei consumi agroalimentare e del vino è una costante ormai da anni, talvolta purtroppo spinto da visioni distorte del corretto modo di alimentarsi, diventa impellente conquistare nuovi mercati e rafforzarsi dove la Lombardia del food è già presente.
Se devo essere sincero, però, Expo non è stata sfruttata in maniera sufficiente. Nei sei mesi dell’Esposizione Universale sono passati da Milano Capi di stato e di governo, delegazioni commerciali che il governo italiano non ha saputo intercettare per promuovere e tutelare il made in Italy adeguatamente. È mancata la volontà, penso, relegando così il cibo e l’agroalimentare made in Italy a una delle tante opportunità offerte da Expo, mentre sappiamo bene che la reputazione dei nostri prodotti in non è mai stata così alta nel mondo».