È in corso una rivoluzione nel territorio del Frascati: più qualità e meno quantità. Lo spiega Mauro De Angelis, presidente del Consorzio di tutela

Parlare di Frascati significa parlare della storia della viticultura. Si hanno tracce della coltivazione della vite sin dai tempi dei romani, ma oggi è un'area che ha bisogno di essere rilanciata, come tutti i vini del Lazio. Per scoprire questo territorio e i suoi prodotti abbiamo incontrato Mauro De Angelis, presidente del Consorzio Tutela Denominazioni Vini Frascati dal gennaio 2009 e direttore dell’Azienda Principe Pallavicini. Ma prima di leggere le sue risposte, forse è il caso di scoprire qualcosa di più di questo territorio che è ricco di storia, ma non solo. Si tratta di un'area particolare, perché il Frascati è circondato dalle catene montuose dei Monti Tiburtini, Monti Leprini e Monti Prenestini che ricongiungendosi ai Castelli Romani creano un'area caratterizzata da un clima ideale per la viticultura. Un territorio riparato dai venti freddi e con grandi escursioni termiche tra il giorno e la notte, motivo per il quale incontriamo nei vini un bouquet complesso di profumi e un corpo importante. Qui i terreni vulcanici con il basalto in superficie, danno vini sapidi e fresch,i e la vite con le radici che arrivano fino ad un metro e mezzo di profondità riescono ad assorbire l’acqua garantendo una riserva idrica importante per la sussistenza della pianta, anche nei periodi molto caldi e con poca pioggia.

Il vino di Frascati era conosciuto già dai tempi dei romani per le sue caratteristiche territoriali inconfondibili, tanto che lo avevano fatto diventare un simbolo di potere, era il vino di Roma e il vino preferito dei Papi. Figlio di questi meravigliosi posti, nativo nelle zone del Tusculum e figlio di viticoltori Marco Porcio Catone, detto il Censore, scrisse il primo trattato sulle norme di coltivazione e vinificazione “De agri cultura” attorno al anno 160 a.C. stampato poi a Venezia nel 1472, testo in uso per intere generazioni di agricoltori e viticoltori, ancor oggi citato e studiato nelle università italiane di Enologia e Agraria.

La nobiltà romana nel Settecento portò da Versailles o dalle altre zone viticole famose della Francia ai Castelli Romani le barbatelle dei vitigni più noti dell'epoca e il patrimonio ampelografico della zona si arricchì di altri vini di qualità, senza contare le importantissime varietà autoctone già conosciute. Il Frascati diventò tra il settecento e l’ottocento il primo vino italiano internazionale.

Nel Novecento questo territorio era diventato la meta di gite “fuoriporta” e dalla città, molte persone si rifugiavano qui nei fine settimana o nelle vacanze per consumare il vino nelle osterie, le famose “fraschette”, da sempre un punto d’incontro per il popolo, mentre le famiglie nobili organizzavano grandi feste nelle loro ville consumando i vini di Frascati insieme a quelli della Francia, soprattutto bollicine. La richiesta dei vini di questa area alle porte di Roma continuo per tutto il secolo scorso, complice la bellezza di Roma e il suo essere al centro del mondo politico e del cinema italiano, quindi frequentata tutto l'anno da molte persone oltre che da turisti. Questa richiesta molto alta e la vendita facilitata ha avuto come conseguenza che molti produttori hanno scelto di fare quantitativi alti badando meno alla qualità.

Il cambiamento più importante però sta avvenendo adesso ed è iniziato negli ultimi dieci anni, una vera rivoluzione nel settore vitivinicolo della zona dei Castelli Romani, dove la qualità dei vini prodotti sta aumentando grazie alle scelte dei produttori di approcciare la strada della qualità, quella dei grandi vini, anche da invecchiamento. Molte aziende hanno ristrutturato le loro cantine, hanno impiantato i vitigni con nuovi criteri moderni, hanno scelto le potature adeguate, si sono avvalsi di consulenti ed enologi di alto livello e finalmente sulle tavole romane cominciano a farsi vedere vini di Frascati apprezzati per le loro qualità, che sono sempre stati abbinati con prodotti e piatti tipici romani.

Nei mesi scorsi, per la prima volta, il Consorzio di Frascati e il Consorzio del Cesanese del Piglio hanno unito le forze per presentarsi insieme, con i loro vini, al mercato di Roma. Buon punto di partenza ed esempio per tutte le aziende laziali per fare squadra nel tentativo di farsi conoscere come identità di un territorio, l’arma vincente di tutte le attività artigianali, piccole o medie impresse.

Quali sono i momenti che hanno segnato le denominazioni Frascati Doc, Frascati Superiore Docg e Cannellino Docg?
«Il Consorzio di Tutela del Frascati fu costituito ufficialmente il 23 maggio 1949, anche se in effetti il consorzio svolgeva già questa funzione da molto tempo prima, dagli anni trenta. La denominazione Frascati Doc nacque nel 1966, il Frascati Superiore Docg nel 2011, , il Cannellino Docg, un altro vino storico del posto. Il lavoro iniziò proprio nel 2011 con il cambio del disciplinare, quando fu fatta una riverticalizzazione del vino, la Doc Frascati assunse le caratteristiche del Frascati Docg diventando la qualità più alta del Frascati, senza andare a mettere in discussione la Doc Frascati, considerato un buon vino giornaliero. Per la Docg Cannellino invece, fu voluto che si riproponesse in una veste nuova, di vino passito, per smontare lo stereotipo che il Frascati fosse un vino qualunque, venendoli data cosi anche la tracciabilità di tutto il sistema produttivo».

Quali sono le caratteristiche vincenti del vino di Frascati?
«Il Frascati è conosciuto per le sue caratteristiche inconfondibili: la freschezza, la sapidità e l’importante struttura dei vitigni di base: Malvasie e Trebbiani, nati dai noti terreni vulcanici che caratterizzano i Castelli Romani. Negli ultimi anni, con le moderne tecniche di vinificazione si ottengono vini di altissima qualità degni di un’importantissima denominazione come quelle della Docg e della Doc Frascati».

Il Frascati è un vino storico, noto fin dai tempi dei romani, ma oggi è il vino di Roma?
«Roma non avrà mai un suo vino perché Roma ha sempre accolto il mondo, ha al suo interno la multiculturalità e ha l’atteggiamento della metropoli. La differenza fondamentale è che Roma ha all’interno i vigneti come nessun’altra città al mondo, infatti il 40 per cento del Frascati si produce all’interno del Comune di Roma».

Oggi dove vuole andare il Consorzio di Frascati? Quali sono gli obiettivi per il futuro?
«Il Consorzio di Frascati ha il compito importantissimo di garantire la tracciabilità del prodotto, di stimolare alla produzione di vino di qualità e di portare avanti un’attività promozionale non individuale, ma collettiva. Il giudizio qualitativo spetta poi al mercato, al consumatore.
Invece uno degli obbiettivi principali del Consorzio di Frascati è quello di recuperare e riposizionare le nostre bottiglie migliori a Roma, contando sulla qualità, sulla tipicità, sul consumo consapevole, a basso impatto ambientale, dando la possibilità ai consumatori di visitare le nostre aziende e di provare direttamente i nostri vini. Il mercato romano serve anche da diffusore per l’estero, essere presenti a Roma, visitata da cosi tanti turisti, accresce il valore e la visibilità del marchio collettivo verso tutti i consumatori italiani e stranieri. Infatti, oggi si deve lavorare molto partendo dal marchio collettivo in Italia e all’estero, anche perché le guide cominciano a parlare dei vini del Lazio, della qualità dei vini di Frascati, quindi è arrivato il momento di farli conoscere. Siamo riusciti ad alzare la qualità dei nostri vini ma non avere ancora una quantificazione adeguata al lavoro svolto per ognuno di loro, dobbiamo raggiungere anche questo di obbiettivo».

Come è andata la vendemmia nel 2015? Qualità o quantità?
«Il territorio di Frascati è sempre stato molto generoso, vocato all'alta produttività, ma con il nuovo disciplinare del 2011, sono state abbassate le resse per ettaro, intorno ai 70/80 quintali per ettaro per le Docg e ai 110 per le Doc, quindi il passo è stato molto deciso verso la qualità.
La vendemmia è stata molto grande con uva sana e in primavera sicuramente avremmo una bella annata. Non ci sono giacenze nelle cantine, segno che la denominazione funziona, quindi si potrà uscire con la nuova Docg al tempo giusto, avendo un’ottima qualità del vino con l’annata 2015».

In generale, come sta andando il mondo del vino in Italia? Che cosa funziona e che cosa no?
«L’andamento del vino in Italia è a doppia lettura, positivo perché ogni anno che passa i vini si stanno affermando come ottimi prodotti. Parlando dei vini francesi, abbiamo recuperato dei margini inaspettati negli ultimi 10/15 anni, l’enologia italiana si sta avvalendo della biodiversità e ogni volta che vengono presentati vini dai vitigni autoctoni vengono molto apprezzati per le loro caratteristiche territoriali, un patrimonio con più di 580 varietà. La nota negativa che va valutata è che abbiamo superato la Francia in quantità e che il livello medio della bottiglieria italiana è ancora da discutere perché noi guardiamo con grande attenzione quello che ci può dare oggi di reddito senza pensare al futuro economico del settore. Bisogna cambiare, guardare al futuro senza delocalizzare i vigneti, non lasciare che le industrie del vino spremano in maniera sconsiderata i nostri marchi. Il ruolo fondamentale c’è l’hanno i detentori di vigneti, perché la responsabilità è dei viticoltori che hanno demandato alle cantine i destini economici dei vini. Le scelte non possono essere dettate da chi fa politiche di corto respiro senza tener conto della promozione, della territorialità, perché poi quelli che alla fine pagano le conseguenze sono solo i viticoltori. Il consorzio ha degli strumenti per intervenire come regolatore del mercato quindi bisogna dare un impulso alle cantine per avere un maggior rispetto per il marchio collettivo e a loro volta, le varie forme associative devono avere un occhio super parte per chi fa politiche speculative. In un paese con grandi frammentazioni come l’Italia questo è un argomento molto sensibile».