Dai dati di Federvini emerge come il vino italiano sia apprezzato all’estero, tutte le regioni partecipano all’export che vale oltre 7 miliardi

A volte di devono dare i numeri per capire bene cosa succede intorno a un fenomeno, in questo caso Federvini (Federazione italiana industriali produttori, esportatori e importatori di vini, vini spumanti, aperitivi, acquaviti, liquori, sciroppi, aceti e affini), in collaborazione con Fondazione Edison, ha dato i numeri sul vino, in particolare su come l’esportiamo e le sorprese non sono mancate. Complessivamente questo mondo, che comprende anche liquori, distillati e aceto, pesa quasi 8 miliardi di euro sull’export, con un avanzo di 5,8 miliardi. Solo il vino contribuisce alle esportazioni di 5,4 miliardi con un surplus commerciale di 5 miliardi.

Il vino è cultura del territorio e ne racconta la storia: questo deve vendere l’Italia

Il Prosecco si sta dimostrando un potente motore e trascina il Veneto in testa alla classifica delle regioni esportatrici con oltre 2 miliardi di euro, sul podio Piemonte con 1,4 miliardi di euro e Lombardia con un miliardo, appena sotto il podio la Toscana con 930 milioni. Un discorso particolare lo merita la Lombardia, che esporta così tanto non perché produce tanto, ma perché molte società di esportazione hanno sede in questa regione.

I dati forniti da Istat e analizzati da Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison e docente all’Università Cattolica di Milano, fotografano l’Italia del Vino, arrivando sino a livello di provincie e qui si trovano le prime sorprese. Tornando alla Lombardia, per esempio, non raggiungono i 50 milioni di fatturato con l’estero le provincie di Pavia e di Sondrio, terre votate alle viticoltura da secoli, mentre raggiunge questa cifra Varese e Milano. Provincie dove hanno sede le società esportatrici.

Altre cause della mancanza di export in certe aree, come ha evidenziato Sandro Boscaini, presidente di Federvini, è il consumo locale, che assorbe una buona parte del vino prodotto, e la dimensione delle cantine. Quest’ultimo è un problema se si vuole affrontare il mercato estero, in quanto ci sono realtà che hanno vini eccezionali, ma non riescono ad avere una produzione tale da soddisfare gli elevati numeri che molti compratori stranieri richiedono. Il loro rapporto con l’estero diventa più difficile, legato a piccole realtà e non con chi riesce a fare grandi volumi.

«Il valore delle esportazioni italiane nel settore del vino e delle bevande alcoliche è un importante indicatore della qualità dei nostri prodotti – ha dichiarato Boscaini – L’intera filiera vitivinicola non può però rimanere ferma e cullarsi dei risultati positivi finora raggiunti e pertanto, come già suggerito dal Ministro Martina, occorre uno sforzo maggiore da parte di tutti i soggetti della filiera per migliorare ulteriormente la qualità della produzione italiana».

«L’impegno comune da parte di tutti i protagonisti del mondo vitivinicolo – continua il presidente di Federvini - deve essere orientato a far sì che il vino italiano diventi espressione di esperienza, tradizione, cultura, territorio e valori umani».

Perché il vino, ma anche i liquori, i distillati, gli amari e gli aceti (sono tutti prodotti che fanno parte della Federazione) non sono solo prodotti di consumo, ma in ogni bottiglia c’è un pezzo di tradizione, di storia, c’è l’espressione di un territorio. È questo che l’Italia deve riuscire a comunicare e a raccontare.

«Pochi settori - ha dichiarato Marco Fortis – come quello del vino, degli spumanti, dei liquori, degli amari e degli aceti contribuiscono in modo altrettanto importante alla bilancia commerciale italiana. Non è soltanto un contributo quantitativo, che in termini di surplus con l'estero vale oltre 5 miliardi di euro, una cifra davvero straordinaria. Ma è anche un contributo culturale e sociale a 360 gradi di un modello produttivo sia verticale sia trasversale, che valorizza nello stesso tempo tradizioni, agricoltura, tipicità territoriali e occupazione, trainato da una imprenditoria dinamica, capace di essere locale ed internazionale a un tempo. La filiera del vino è una bandiera del made in Italy che ogni anno sta dimostrando di saper fare passi in avanti enormi in termini di qualità e innovazione».

Nel mondo l’Italia è ai vertici delle vendite di spumanti e vini in bottiglia, preceduta solo dal Francia, mentre nei segmenti dei liquori, in quello dei vermouth e amari, e in quello degli aceti è saldamente al primo posto. Una situazione che deve essere un punto di partenza per migliorare ancora, soprattutto in quei paesi dove siamo ancora deboli, per esempio la Cina. Questo sarà uno dei mercati del futuro e il recente accordo con Alibaba è una prova che il made in Italy piace.

Il vino rappresenta, dunque, un biglietto da visita per tutta l’Italia. Infatti, dall’analisi fatta dalla Fondazione Edison è emerso che in molte regioni e province è tra i prodotti più esportati. È un prodotto che identifica il nostro Paese. I numeri parlano di Stati Uniti, Germania e Regno Unito come i primi tre mercati per il vino tricolore, seguiti da Canada, Svizzera, Danimarca, Giappone, Svezia, Paesi Bassi e Francia. Da questa classifica si vede chiaramente che l’Europa domina e mancano, come detto, interessanti mercati da sviluppare: Cina e Russia su tutti.

I successi ottenuti, nonostante la crisi, in questi ultimi anni non devono far dormire sugli allori, tutta la filiera deve continuare a proporre e promuovere il vino made in Italy, così da far crescere ancora i numeri.