Presidente di NaturaSì, la più grande catena di supermercati biologici d’Italia, Fabio Brescacin racconta la sua visione del mondo e dell'agricoltura. Dire no agli Ogm e alla chimica è immaginare un altro futuro

Gli parli e non capisci che sei davanti a un presidente di una Società per azioni. Dell’uomo cogli, piuttosto, un lato pedagogico, steineriano, spirituale, con un pizzico di estro orientale. La parlata veneta si fa a tratti nostalgica, per poi accendersi di improvvisi lampi e guizzi visionari, come se sembrasse scorgere qualcosa che è altrove e tu ancora non vedi. Fabio Brescacin, 61 anni, è il presidente della più grande realtà del biologico italiano, Ecor-NaturaSì, nata dalla fusione di Ecor, il maggior distributore all'ingrosso di prodotti biologici e biodinamici nel comparto specializzato, e NaturaSì, il brand dei supermercati bio. La rete (circa un centinaio di negozi) rappresenta la più importante catena di supermercati del nostro Paese che vende prodotti alimentari biologici e naturali, con un assortimento di più di 4mila referenze. La sede amministrativa e operativa del Gruppo è a San Vendemiano, in provincia di Treviso: 230 milioni di fatturato e circa 600 dipendenti.

Abbiamo incontrato Fabio Brescacin a Milano in occasione di un convegno sull’agricoltura biodinamica. Nella sua relazione ha evocato immagini apocalittiche («Oggi usiamo una montagna di prodotti chimici», «La Pianura Padana senza la chimica è a rischio desertificazione», «L’agricoltura sta vivendo un momento drammatico, è in una crisi economica tremenda», «Gli agricoltori sono alla canna del gas, strozzati da debiti»). E le ha mescolate con messaggi che muovono da afflati umanitari e quasi rivoluzionari («Il liberismo economico è un’aberrazione», «L’economia è altruismo, è economia fraterna che coglie i bisogni dell’altro» «Una nuova economia deve nascere dalla terra», «Un’agricoltura sana ha bisogno di capitale, il denaro deve essere liberato», «Bisogna uscire dal prezzo del mercato altrimenti non c’è futuro», «Dobbiamo creare delle associazioni per arrivare a un prezzo giusto», «Negli istituti agrari ti insegnano morta tecnica, occorre una cultura agricola che dia entusiasmo ai giovani»).

Come è diventato presidente di NaturaSì?
«Mi sono laureato in Agraria a Padova nel 1979. Durante i miei studi ho avuto la possibilità di visitare un’azienda biodinamica in Austria e frequentare un corso presso la prima azienda italiana impegnata a coltivare secondo natura, le Cascine Orsine di Bereguardo, a Pavia. E ho capito che c’era un altro modo di fare agricoltura rispetto a quello che insegnavano all’università. Ho fatto anche un anno di studi all’Emerson College, in Inghilterra. Poi nel 1985, con amici, ho aperto a Conegliano Veneto, uno dei primi negozi specializzati in prodotti bio e biodinamici, Ariele, una piccola cooperativa. Che ha però subito evidenziato una difficoltà: mancavano i prodotti, c’era un problema di collegamento. Ho cominciato allora a occuparmi del settore distribuzione e da lì poi si è sviluppato tutto il percorso».

Lei sostiene che siamo «a un punto drammatico, la Pianura Padana senza la chimica sarebbe un deserto».
«La pianura Padana è molto fertile, tra le più fertili d’Europa, ma l’agricoltura convenzionale, con la monocoltura intensiva, sta sempre più impoverendo i terreni della parte organica. Oggi è diventato impossibile coltivarla senza la chimica, il diserbo. Senza queste tecniche sarebbe il deserto. Ma si sta già desertificando, è un processo inesorabile. Certo, si può recuperare, ma servirebbe un lungo lavoro di rotazione delle colture, di concimazione con sostanze organiche per ricreare il suolo».

Paolo Mieli in un fondo pubblicato dal Corriere della Sera ha scritto che dire no agli Ogm significa avere «uno sguardo rivolto al passato». Dire no agli Ogm, e anche alla chimica, è una mera operazione nostalgica?
«Mieli è fuori strada. Significa, semmai, avere lo sguardo al futuro in un altro modo, come tentiamo di fare noi. È chiaro che per l’agricoltura, come attualmente è concepita, gli Ogm sono un processo quasi inesorabile. Oggi se togli i diserbanti ai contadini, che fanno? Muoiono. Ma l’alternativa c’è, un’altra strada esiste. Certo, serve ricerca, va fatto un lavoro, selezionando piante con altri criteri. Con un’azienda svizzera, Sativa, noi stiamo facciamo un’operazione simile, stiamo selezionando diverse sementi bio, grano duro, broccolo, finocchio, pomodoro, che guardano alla qualità e non solo alla produttività. Noi abbiamo macchine che permettono la sarchiatura senza il diserbo. Bisogna fare ricerca anche in quel campo. Non è che andiamo nel campo con la zappa come duemila anni fa!».

L’Italia è leader europea nel biologico. Ma come si fa a nutrire una terra che salirà a 9 miliardi nel 2050 solo con prodotti bio?
«Intanto si deve mangiare meno, è una questione di civiltà. La dieta oggi è folle, va modificata. Troppa carne, che ha un impatto pesante a livello ambientale ed ecologico. Se vogliamo mangiare come gli americani o gli europei, non ci sarà cibo per tutti. Se facciamo una dieta più sobria, semplice e sana, il problema non c’è. Oggi il cibo è distribuito male, ci sono regioni che lo buttano via, altre cui manca: ne sprechiamo quantità stratosferiche. Dobbiamo allora indirizzare la dieta al vegetarianesimo, il mondo e i giovani vanno in quella direzione. Poi c’è anche tantissima terra che non si sta lavorando più, perché è marginale e non dà reddito».

Gli agricoltori sono veramente alla canna del gas?
«È così. I prezzi dei prodotti agricoli sono così bassi che non permettono di coprire i costi della produzione. Molti agricoltori chiudono o si sono indebitati, a parte chi produce certi vini, Prosecco e Franciacorta, roba che per me non è neanche agricoltura. Ma chi fa produzione di qualità e di nicchia fa fatica».

Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, prevede che il 2016 sarà un anno positivo per l’agricoltura: l’effetto traino di Expo, la nuova legge che tutela la biodiversità, l’health food che tira. Tutto questo non potrà che fare bene al made in Italy. È d’accordo?
«Sicuramente si sta creando una grande sensibilità sul tema agricolo. Expo ha aiutato. Come andrà quest’anno però non lo so. Il clima è sottosopra, abbiamo un inverno caldo, una siccità pazzesca. E poi i meccanismi economici sono stritolanti. Perché dipendiamo da un prezzo di mercato globale. Se non do il latte alla Lactalis al prezzo voluto, arriva dalla Polonia».

Lei parla di «prezzo giusto». Questo però spesso significa prezzi raddoppiati: come farebbero le famiglie italiane a sostenere un tale costo?
«Noi non dobbiamo convincere tutti i consumatori del mondo. Per la spesa alimentare oggi si spende il 15 per cento del proprio reddito. Certo, ci sono le famiglie che fanno fatica a tirare fine mese, ma c’è anche tanta di quella gente che può permettersi di spendere qualcosa in più. Dieci centesimi in più per un chilo di grano o un litro di latte farebbe la differenza in campagna. E per un consumatore invece sarebbe un’inezia. Parliamo di pochi centesimi. E l’agricoltore sopravvive, ti bacerebbe i piedi. Il bio pesa per l’uno per cento. C’è in Italia una popolazione superiore all’uno per cento che può consumare bio? Certamente, è questione di scelta».

Chi compra da NaturaSì fa allora la cosa giusta, è etico?
«Credo di sì, noi cerchiamo di portare avanti certe idee, agricoltura sana, prezzo equo, giusta paga anche per il dipendente, abbiamo anche una fondazione che investe in scuole e agricoltura».

Il contadino oggi non sa cosa produrre e si creano distorsioni e sovrapproduzioni Come se ne esce?
«Se ne esce con una programmazione, con un rapporto più stretto tra chi commercializza e i trasformatori. Il contadino ti chiede cosa fare e la garanzia che gli porti via il prodotto. Poi sa lui come coltivare. Se gli garantisci questo e lo paghi in modo dignitoso gli hai già risolto il 50 per cento dei problemi. Oggi il contadino produce alla cieca. Oppure in base al prezzo del mercato: va su il grano, tutti coltivano grano, va giù e non lo mette più nessuno. Oppure si seguono le politiche comunitarie per avere gli aiuti: se l’Ue finanzia il tabacco, si coltiva tabacco».

Da dove arrivano i prodotti che distribuite nei negozi di NaturaSì? Vi fornite da agricoltori tutti italiani?
«Ci riforniamo da circa 400 produttori di ortofrutta, gran parte è italiana. Le banane no. Anche se, quando abbiamo cominciato, le facevamo arrivare da Latina. Erano prodotti di serra: poi per i costi elevati non li hanno più prodotte. Non so se a Palermo riescono a farle a campo aperto».

I giovani riscoprono l’agricoltura e voi organizzate corsi per loro.
«Vogliamo far fare ai ragazzi un percorso formativo di tre anni che prevede di lavorare nelle aziende per il 90 per cento del tempo e il resto teoria. Puntiamo su aziende biodinamiche perché danno una visione più completa. Ci sarà naturalmente una selezione. Perché vogliamo prendere chi veramente vuole percorrere questa strada. Se tutto va bene, pensiamo di far partire il progetto tra aprile e giugno, comunque entro l’estate».

Lei è tra i pionieri dell’agricoltura biodinamica in Italia. Cosa danno in più questi prodotti? Qual è il loro mercato oggi?
«Il mercato biodinamico è di nicchia, ci sono poche aziende e questi prodotti sono venduti nei negozi bio. L’agricoltura biodinamica parte da un concetto di fertilità, di vita del terreno. E dà attenzione alla qualità. Ha un po’ una marcia in più rispetto al bio ed è sicuramente in crescita. Gli agricoltori bio, quelli più seri e motivati, passano quasi naturalmente alla biodinamica: è una sorta di evoluzione. Se fai un prodotto che ami, lo vuoi sempre migliore. Si sta sviluppando tantissimo tra i produttori di vino. Non tanto perché credono nel biologico, ma perché loro cercano in modo esasperato la qualità, i profumi. La concorrenza è pazzesca. E la biodinamica risponde alla loro ricerca di esaltare gli aromi e la componente organolettica. Oggi i vini biodinamici stanno diventando famosi in Italia, Francia, Germania, Usa Argentina».

Quale sarà l’ health food di tendenza per il 2016?
«Oggi si parla dell’aronia, che pare sia straricca di vitamina C. Ma non credo molto a certi cibi di tendenza: dobbiamo mangiare bene le cose base, i cereali, per esempio, che sono bistrattati e maltrattati. La gente è intollerante al glutine a volte solo perché sono i cereali che fanno schifo, mal selezionati, trattati chimicamente che uno non li tollera più. Bisogna lavorare su quelli sani, su legumi, frutta e verdura sana. Poi, certo, salta fuori la chicca. Ma mangiamo bene patate e carote!».

L’agricoltura oggi ha ancora una moralità?
«La moralità (sospira – ndr) è sempre stata alla base dell’agricoltura. Quando hai a che fare con la terra senti che non hai in mano la vita, che devi rivolgerti a “qualcuno” o “qualcosa” che trascende. Non è un caso che fede e agricoltura siano sempre andate a braccetto. La fatica nei campi ti rende umile. Eravamo poveri, ma di una povertà dignitosa. Oggi è più difficile. Dobbiamo ritrovare un’agricoltura con quella moralità, che in questi decenni si è persa. Un’agricoltura sana e vera è tutt’uno con la moralità. Quando tu avveleni i campi e avveleni chi li mangia non puoi dire che c’è moralità».

NaturaSì per una nuova moralità?
«Ci piacerebbe, noi ce la mettiamo tutta. Il progetto non è nato per gli “sghei”. I soldi servono, certo. Ma sono in funzione di un’idea e di una crescita delle persone. Questo è l’obiettivo, la mission di NaturaSì».