Una revisione di 73 studi mostra che l’alimentazione nei primi anni di vita incide sullo sviluppo cognitivo in adolescenza
Un gruppo di ricercatori della Swansea University, in Galles, guidato da Hayley Young, ha pubblicato a maggio 2026 su Advances in Nutrition la revisione sistematica più ampia mai condotta sul legame tra alimentazione e sviluppo cerebrale negli adolescenti. Lo studio ha esaminato 73 lavori scientifici, tra cui 48 sperimentazioni controllate e 25 studi che hanno seguito gli stessi bambini per anni, dall’infanzia fino ai 19 anni. Il risultato più solido riguarda proprio i primi anni di vita: chi mangia peggio da piccolo rischia di pagarne le conseguenze cognitive molto più avanti, anche a scuola.
Il primo anno di vita conta più degli altri
Tra i 13 studi che hanno seguito i bambini fin dall’infanzia, la maggior parte concorda su un punto: una dieta di qualità nei primi tre anni di vita, ricca di frutta, verdura, latticini e cereali integrali, è collegata a un quoziente intellettivo più alto in adolescenza. Vale soprattutto per il primo anno di vita, mentre l’effetto si attenua nel secondo e nel terzo.
Il motivo è fisiologico. Nel primo anno il volume del cervello aumenta di circa il 101%; nel secondo anno la crescita rallenta al 15%. È la finestra in cui il cervello è più sensibile a ciò che riceve, nel bene e nel male.
I bambini esposti fin da piccoli a bibite zuccherate, snack salati e alimenti processati mostrano, anni dopo, punteggi più bassi in matematica e lettura rispetto ai coetanei cresciuti con una dieta più equilibrata. In uno degli studi inclusi nella revisione, condotto in Olanda, un modello alimentare ricco di prodotti processati nel primo anno di vita risultava collegato a un volume minore di sostanza bianca cerebrale a dieci anni, che a sua volta spiegava un quoziente intellettivo più basso a 13 anni.

Il ferro che manca da piccoli lascia tracce durature
Tre studi citati nella revisione raccontano una storia particolarmente netta sul ferro. Bambini che in età infantile hanno sofferto di anemia da carenza di ferro, anche dopo essere stati curati e con valori di emoglobina tornati normali, mostrano a 10, 13 e persino 19 anni un controllo degli impulsi più debole, minore capacità di pianificazione e tempi di attenzione più corti rispetto a chi non ha mai avuto quella carenza.
In uno di questi lavori, condotto in Cile, i segnali elettrici cerebrali registrati durante compiti di attenzione confermavano la differenza: il sistema nervoso di chi era stato anemico da bambino rispondeva in modo diverso, a distanza di anni, dalla normalizzazione dei valori nel sangue.
In adolescenza, gli interventi funzionano solo a metà
Diverso il discorso per gli interventi condotti direttamente sugli adolescenti. La revisione ha analizzato 48 sperimentazioni su ferro, iodio, vitamina D, colina, polifenoli, acidi grassi omega tre, multivitaminici, cereali integrali, la dieta nordica e i programmi di colazione scolastica. Nel complesso, nessun intervento ha mostrato benefici coerenti su tutti i fronti.
Il ferro ha portato miglioramenti modesti nella memoria verbale e nel quoziente intellettivo, ma quasi solo nelle adolescenti che partivano già da una carenza accertata. Lo iodio ha migliorato il quoziente intellettivo non verbale nelle popolazioni con deficit da lieve a severo, in zone come Bangladesh, Albania e Malesia, ma non ha inciso su memoria o attenzione.
Gli omega tre, somministrati tramite pesce grasso, olio di pesce o noci, hanno prodotto risultati incostanti: i benefici si vedevano solo quando l’assunzione riusciva a far salire l’indice omega tre nel sangue oltre il 6%. Sotto quella soglia, come accaduto in uno studio olandese durato 12 mesi con un alto tasso di abbandono, l’effetto sulla cognizione è rimasto assente.
Fast food e voti: cosa succede negli anni delle superiori
Sono 12 gli studi che hanno seguito ragazzi tra i 10 e i 19 anni per capire se le abitudini alimentari della prima adolescenza predicono il rendimento scolastico successivo. In uno studio americano su oltre 8.000 ragazzi, chi consumava fast food ogni giorno a 10-11 anni otteneva voti peggiori in matematica, lettura e scienze due o tre anni dopo, anche tenendo conto di altri fattori.
In Svezia, i ragazzi che mangiavano pesce più di una volta a settimana a 15 anni avevano un quoziente intellettivo più alto e voti scolastici migliori l’anno successivo. In Libano, una maggiore aderenza alla dieta mediterranea è risultata collegata a un rendimento scolastico più alto dopo 6 e 12 mesi. Un modello alimentare “occidentale”, ricco di fritti, carne rossa e patatine, è invece associato a una velocità di elaborazione mentale più lenta e a una memoria spaziale peggiore.
Colazione a scuola: benefici solo in alcuni casi
I programmi di colazione scolastica, spesso proposti come soluzione semplice, mostrano risultati altalenanti. In Perù, un programma statale di colazione fortificata durato tre anni ha migliorato i punteggi di matematica e lettura nelle scuole miste per età, ma non in quelle con classi divise per livello. In una scuola giamaicana con studenti denutriti, tre mesi di colazione a base di latte e un pasto solido hanno migliorato i punteggi di aritmetica, senza effetti su lettura e ortografia.
Tra i 73 studi passati in rassegna, un dato torna con insistenza: l’impronta lasciata dalla dieta dei primi tre anni di vita, primo anno soprattutto, riemerge anni dopo nei test di intelligenza e nelle pagelle scolastiche. Gli interventi tentati più tardi, in piena adolescenza, arrivano quando quella finestra è già in gran parte chiusa: aiutano chi recupera una carenza specifica di ferro o iodio, molto meno chi ha semplicemente mangiato peggio da bambino. Per il cervello, insomma, il conto arriva con anni di ritardo.
