Mezzo Sud Italia a rischio desertificazione, l’allarme è stato lanciato dal Cnr in un convegno organizzato all’Expo. In Sicilia le aree a rischio erosione del suolo sono addirittura il 70 per cento. Agricoltura sostenibile e rilevamenti satellitari alcune delle buone pratiche per evitare il degrado

Già oggi in Gran Bretagna si coltiva l’uva, effetto dell’aumento delle temperature. Ma il futuro potrebbe riservare scenari ben più inquietanti. Niente più coltivazione di arance in Sicilia, ma palme da datteri, latte, prodotti caseari e carne di capra. La nostra è una provocazione, ma non troppo fantascientifica. Stando ai dati diffusi dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), la metà delle regioni del Sud Italia, circa il 41 per cento, è a rischio desertificazione, con una punta del 70 per cento per la Sicilia. L’allarme è stato lanciato in un convegno organizzato in collaborazione con Finmeccanica, che si è svolto all’Expo presso l’Auditorium di Palazzo Italia, e intitolato «Siccità, degrado nel territorio e desertificazione in Italia e nel Mondo».

L’incontro ha visto la partecipazione di diverse importanti personalità del mondo scientifico e della politica che si sono interrogate sul problema e sulle soluzioni possibili. I deserti, dicono i dati del Cnr, stanno arrivando nel cuore dell'Europa mediterranea, oltre il 21 per cento del territorio italiano è a rischio desertificazione e di questo il 41 per cento si trova nel Meridione. In particolare, in Sicilia le aree a rischio sono addirittura il 70 per cento, in Puglia il 57 per cento, nel Molise il 58 per cento, in Basilicata il 55 per cento, mentre in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30 e il 50 per cento. Ogni giorno, inoltre, l’Italia, a causa della cementificazione, perde 55 ettari di aree naturali, l’equivalente di circa 90 campi da calcio.

La cementificazione fa perdere 90 campi da calcio ogni giorno all'Italia

Certo il problema è globale, interessa oltre un terzo delle terre emerse del Pianeta (il 41 per cento), concentrate per il 72 per cento nei Paesi in via di Sviluppo dove vivono circa 2 miliardi di persone. Sono, infatti, 110 i Paesi colpiti dal degrado: ogni anno nel mondo si perdono 12 milioni di ettari di terreno, un'area equivalente alla superficie cumulata di Sicilia, Sardegna, Piemonte, Lombardia e Toscana.

Le ragioni principali dell’erosione del suolo (questa striscia fertile di terra che al massimo raggiunge i due metri), dicono gli esperti, sono le attività antropiche (emissioni di gas serra, inquinamento, eccesso di sfruttamento agricolo, allevamento intensivo, deforestazione, urbanizzazione, dissesto idrogeologico) in interazione con i cambiamenti climatici (il mese di luglio di quest’anno è stato per l’Italia il più caldo in assoluto da quando vengono registrate le temperature in modo scientifico, ossia dal 1880).

«Il Sahara è la fase terminale del degrado del suolo – ha smorzato i toni il direttore dell'Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Cnr, Mauro Centritto –, parliamo di lunghi orizzonti temporali. Dire che c’è un rischio di desertificazione significa che c’è un’esposizione al degrado e può essere più o meno sensibile: per la Sicilia la sensibilità è al 70 per cento. Il fattore causale è antropico, poi sicuramente il clima è interconnesso: ma anche il problema del cambiamento climatico dipende da noi. C’è stata una riduzione della piovosità negli ultimi 50 anni – ha continuato – e le stime vanno in questa direzione. Le previsioni parlano di una riduzione significativa delle precipitazioni soprattutto estive nel bacino del Mediterraneo, e di aumenti delle temperature tra 4 e 6 gradi da qui alla fine del secolo. La domanda da farsi è qual è l’adattamento che possiamo mettere in campo. E da lì si capisce se un Paese è vulnerabile o resiliente. Se non si risponde nei tempi giusti, in sostanza si va in una certa direzione segnata. Per quanto riguarda l’agricoltura – ha evidenziato – dobbiamo intenderci cosa vogliamo fare con il nostro territorio, dove vogliamo andare. L’agricoltura intensiva consuma molta acqua, energia. La transumanza, tanto per fare un esempio di pratiche sostenibili, non saccheggia l’ambiente ma lo arricchisce di sostanze organiche. Se vogliamo investire su una produzione agricola ad alto valore aggiunto, che nel contempo rispetti la sostenibilità ambientale, dobbiamo allora decidere una strategia, serve una visione che al momento non c’è».

La conseguenza dell’aridità del suolo si chiama migrazione. «Molte delle persone che arrivano da noi non fuggono dalla guerra – ha aggiunto Centritto – ma da aree rese invivibili dalla desertificazione. Si tratta di rifugiati ambientali, e il loro numero è destinato a crescere». «Le proiezioni - ha precisato Anna Luise, dell'Ispra - dicono che, nei prossimi 10 anni, 50 milioni di persone si sposteranno dai loro territori, che tra vent'anni diventeranno 140 milioni».

La correlazione povertà-aridità – ha ricordato Guido Bonati del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (Crea) – è evidente ed è stata confermata dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione che prevede che entro il 2045 circa 135 milioni di persone potranno essere costrette a migrare a causa della desertificazione».

L'avanzare dei deserti non è un fenomeno irreversibile. Accanto a interventi di riforestazione, agricoltura conservativa, tutela della variabilità delle specie, e nuove forme di transumanza, un contributo per arginare il fenomeno può arrivare anche dall'osservazione satellitare del territorio, attività per cui è impegnata da anni Finmeccanica. «I sensori satellitari più recenti usciti dai laboratori di ricerca consentono infatti di indagare con grande precisione aree di dimensioni ridotte e a costi limitati – spiega il Crea –. Queste tecnologie sono state adottate dai ricercatori del Crea per la determinazione del rischio di erosione ai fini della applicazione della Politica Agricola Comunitaria, ma possono essere estese su larga scala anche per gli studi sul degrado ambientale».

La sfida è cruciale, visto che entro il 2030, si stima, il mondo avrà bisogno del 50 per cento in più di cibo ed energia e del 30 per cento in più di acqua.