La tracciabilità doveva essere il fiore all’occhiello del nuovo supermercato, ma funziona solo con i prodotti Coop, per gli altri domina l’anonimato

Trasparenza. La parola d’ordine con cui è nato il Supermercato del Futuro, inaugurato da Coop lo scorso dicembre a Milano, sulla scorta del prototipo in bella mostra all’Expo, doveva essere quella. Niente etichetta anonima ma chiara tracciabilità degli ingredienti attraverso un sistema di 54 monitor a raggi infrarossi e 46 totem touch screen. Un sistema avveniristico, che permettesse al consumatore di conoscere provenienza della materia prima, informazioni nutrizionali, impatto ambientale. E un’area ristorazione e bar interni a sottolinearne l’idea di incontro e agorà, rompendo il modello canonico del retail che fa mera distribuzione.

Il supermercato del futuro è ancora troppo radicato al passato e molte etichette sono poco trasparenti

A distanza di sei mesi dall’inaugurazione del nuovo store di novecento metri quadri, ubicato al Bicocca Village, siamo tornati per verificare quante di quelle promesse fossero state mantenute. Il risultato è in chiaroscuro.

Va detto, infatti, che l'idea viene rispettata in assoluto solo dai prodotti a marchio Coop. Un esempio: il prosciutto cotto a marchio Coop viene offerto con un paio di referenze: una più costosa, a 28 euro al kg, con suino italiano; l’altra più conveniente, a 14 euro circa al kg, con coscia di suino danese. Lecito e trasparente. Sta al cliente scegliere. L’etichetta funziona allo stesso modo se si esaminano riso, pasta, latte e così via.

Abbiamo verificato se fosse lo stesso per i prodotti di altro marchio. Risultato, la stragrande maggioranza è anonima. Per sicurezza, abbiamo fugato la possibilità di errori tecnici, chiedendo a una commessa, che ha verificato l’effettiva mancanza di queste informazioni.

Qualche esempio. Avvicinando il codice a barre al totem verticale, dotato di scanner, nulla si riporta, nella scheda descrittiva, della provenienza del maiale del prosciutto cotto Rovagnati, della soia del latte di soia Alpro, dei wurstel vegetali Io Veg, del riso Gallo Blond, del latte della Centrale del Latte Milano, del tonno Riomare, del latte di mandorla Condorelli. E l’elenco potrebbe continuare. Provando a interrogare i monitor, invece, con Benesì, bevanda di soia a marchio Coop, ecco magicamente apparire la risposta con tanto di bandierine: la soia è francese, lo zucchero di canna arriva dal Brasile e Thailandia.

Ci ha stupito scoprire che la bresaola Rigamonti, un prodotto Igp, abbia omesso la provenienza della carne: informazione che sei mesi fa era invece disponibile.

Sulle paste il silenzio è totale. Vermicelli Voiello, linguine De Cecco, mezze penne rigate Barilla: nessuna indica la provenienza del grano. Idem per gli gnocchi mamma Emma. Al contrario, se si interroga il sistema per le maniche Coop, si scopre che la semola di grano duro arriva da Italia, Canada e Kazakistan. Sembra quasi che il gioco sia mettere in evidenza il plus, allorché il prodotto è italiano, o nasconderlo se non lo è, o abbia qualche problema nutrizionale. Curioso, per dire, che il dado Star dia tutte le informazioni sulle quantità di grassi, zuccheri, proteine e fibre presenti, ma poi ometta quelle del sale, che è il componente più importante in questo caso.

Ci sono poi esempi paradossali: la pasta senza glutine al grano saraceno Probios Altricereali ci racconta l’origine del grano saraceno, dei Tartari che l’hanno diffuso nei Balcani e da qui in Europa, ma poi non dice da dove viene il loro prodotto! Per alcuni addirittura la scheda non è disponibile (Noberasco bio albicocche, gelati Grom). Non sappiamo se sia un problema tecnico o altro.

In definitiva, il progetto è validissimo, ma ci aspettiamo che anche le aziende produttrici non a marchio Coop aderiscano al format. Tanto più che sulla chiarezza in etichetta ci ha messo la faccia anche il governo, che dal 19 aprile ha reso obbligatoria l’etichetta di origine per il latte a lunga conservazione e ha chiesto alla Commissione europea di poter fare altrettanto per riso e pasta. In caso contrario quello della Coop, alla prova dei fatti, rischia di rimanere un supermercato con un piede nel futuro e l’altro passato. A noi basterebbe che lo fosse del presente: «Qui è Rodi, qui salta».

Dulcis in fundo, è curioso che con tanta tecnologia diffusa, al Fiorfood Cibo & Incontri, l’area ristorazione interna, occorre attendere un sondaggio verbale in cucina, per sapere se i piatti del giorno contengano lattosio o glutine. È una pratica poco del futuro. E soprattutto poco sicura.