La biodinamica dalla filosofia agricola di Rudolf Steiner alle pratiche di coltura a basso utilizzo di chimica sintetica puntando sul naturale equilibrio delle forma di vita

L’agricoltura biodinamica viene definita nelle sue linee essenziali nel 1924 da Rudolf Steiner, filosofo austriaco, in risposta a un gruppo di agricoltori tedeschi che cercavano una valida alternativa all’introduzione della chimica in agricoltura.

Alcune delle pratiche alternative suggerite restano ancora oggi simbolo di una tecnica di conduzione che, nella sua filosofia, ha in realtà radici ben più antiche.

Il concetto che muove tutto è quello del naturale equilibrio fra le diverse forme di vita in natura, l’adattabilità delle specie al territorio. L’intervento umano non deve forzare questo equilibrio, ma inserirsi armonicamente sfruttando le conoscenze per produrre al meglio senza stravolgere il sistema.

Rudolf Steiner ha dettato i principi della agricoltura biodinamica

Rudolf Steiner ha dettato i principi della agricoltura biodinamica

L’accostamento della produzione biodinamica alla produzione biologica, il più delle volte intesa come estremizzazione di quest’ultima, è pratica comune ma senza alcun fondamento: la biodinamica è una filosofia di produzione radicale, il biologico è figlio di una serie di circostanze miste fra aiuti economici e ricerca nel passato delle soluzioni a problemi attuali.

 I principi illustrati ai primi del Novecento sanno oggi di coreografica stregoneria

Alla fine degli anni settanta, la sensibilizzazione degli agricoltori a una maggior tutela dell’ambiente passa attraverso due step fondamentali, il primo detto scarso impatto ambientale, che prevede una drastica riduzione dei presidi chimici in agricoltura, e favorisce la presa di coscienza dell’importanza di tutelare tanto la produzione quanto l’ambiente; il secondo della conduzione biologica, che a differenza della prima esclude l’uso di tutte quelle sostanze che non siano di origine naturale.

Qui iniziano le contraddizioni, da quella ambientale che vede l’utilizzo di sostanze sì naturali (il rame) ma altamente inquinanti, a quelle di metodo, affermando la storicità di un metodo come elemento probante la sua bontà: è naturale e si è sempre fatto quindi va bene.

La biodinamica, invece, basa la sua filosofia sull’equilibrio e sulla spontanea adattabilità delle colture all’ambiente, escludendo forzature e interventi esterni condizionanti; l’applicazione in campo di questa filosofia porta alla conduzione minimale delle colture, dove la scelta dei terreni e del clima domina sulla scelta delle cultivar, con una serie di attenzioni a volte maniacali che regolano i tempi delle operazioni.

Ogni intervento non deve essere invasivo, non deve arrecare “disturbo” al sistema, non deve creare i presupposti per un successivo intervento di rimedio: il taglio dell’erba con il terreno pesante favorisce uno schiacciamento innaturale, meglio ritardarlo di qualche giorno e avere la vigna con l’erba alta che dover poi intervenire con una vangatura.

L’applicazione della biodinamica ricalca invece nella maggioranza dei casi le direttive di Steiner, cadendo nella stessa contraddizione di chi adotta il biologico.

I principi illustrati ai primi del Novecento sanno oggi di coreografica stregoneria, come nel caso del corno di vacca, che deve aver avuto almeno un vitello, da riempire di letame e seppellire per migliorare la fertilità del suolo, quando razionalmente basterebbe parlare di apporti di azoto e di calcio di origine animale, consigliando di mescolare resti di macellazione al normale letame, e preoccupandosi di limitare l’uso di sostanze naturali ma ritenute oggi pericolose, a fronte di sostanze di sintesi ma meno residuali, per arrivare alla valorizzazione delle biodiversità gestite dalla flora batterica dei terreni che vedono proprio nel rame il peggior nemico.

Leggi la conclusione dell'articolo completo "Alla scoperta dell'agricoltura biodinamica" sul numero 01 della rivista De-Gustare a pagina 14.