Sangiovese, agricoltura biologia e artigianalità sono le caratteristiche peculiari dell'azienda Toscana ColleMassari, che ha tre tenute in angoli magici. Le degustazione sì è tenuta all'Enoteca Duomo 21 a Milano

Un viaggio alla scoperta dei vini targati ColleMassari è stato l’interessante appuntamento proposto dall’Enoteca Duomo 21 di Milano, sempre attenta a fare conoscere il meglio della produzione nazionale. ColleMassari comprende tre tenute ubicate in Toscana: 150 ettari, circa 700mila bottiglie l’anno, produzione biologica in vigne che risalgono a oltre mezzo secolo fa, export per il 50-60 per cento, principalmente Svizzera, Usa, Giappone, Germania. Alla guida ci sono Maria Iris Tipa Bertarelli e il fratello Claudio Tipa, che condividono da sempre la passione per la natura e i grandi vini, e hanno realizzato il loro sogno creando un «domaine» in Toscana dove c’è spazio anche per la produzione d’olio extravergine Igp. ColleMassari, in qualità di official supplier, ha anche accompagnato il team svizzero Alinghi nella vittoriosa conquista della Coppa America, la più importante sfida di vela, nelle due edizioni di Auckland 2003 e Valencia 2007.

Con tre tenute in Toscana esplorano il Sangiovese in tutte le sue espressioni

Il simbolo della casa vitivinicola è Castello ColleMassari, in Alta Maremma, alle pendici del Monte Amiata, nella provincia di Grosseto. Nasce nel 1998 con la Doc Montecucco (dal 2011 Docg). Un luogo magico, posto in cima a un colle che sorse come maniero in epoca medievale; allora possedimento dell’abbazia di San Galgano, nota per la misteriosa spada nella roccia che ancora oggi conserva, da taluni associata al mito bretone di Re Artù. Supportati dall’enologo dell’azienda, Luca Marrone, abbiamo percorso un viaggio sensoriale alla scoperta delle principali bottiglie. ColleMassari significa Sangiovese, che localmente si coltiva da secoli. Abbiamo provato il Rigoleto (70 per cento Sangiovese), vino di facile beva che nasce dai vigneti più giovani e mira a esprimere il fruttato, affinato in minima parte in botte e il resto in acciaio. Nel blend (comprende anche il Ciliegiolo, altro vitigno autoctono) «domina la nota dolce e speziata del Sangiovese, che dà vitalità al vino, ed esprime l’autenticità di queste colline», ha spiegato Marrone. Una nota che diventa «più lunga e complessa» nel Montecucco Riserva, ottenuto con maggiore affinamento in botte. Ai sentori di frutta rossa si uniscono quelli floreali della viola. Ma è la sapidità del terreno a emergere chiara e distinta. A chiusura degli esempi di produzione di Castello ColleMassari abbiamo degustato il Melacce, 100 per cento Vermentino, vino di facile beva, fresco, che qui è autoctono e trova un habitat ideale a 300 metri di altitudine e a 30 chilometri dal mare, grazie a una forte escursione termica che aiuta a esprimere l’aromaticità.

I vini di Podere Grattamacco, la tenuta nata nel 1977, sono stati l’oggetto della seconda parte della degustazione. Qui la produzione, compresa nella Doc Bolgheri («un angolo di Bordeaux in Toscana»), cede il passo, nel tratto distintivo, al Cabernet Sauvignon. Grattamacco è a otto chilometri dal mare e a 100 metri di altitudine. «Se uno viene al Podere Grattamacco in autunno – ha raccontato Marrone – e si affaccia dal belvedere dove c’è la sala degustazione, vede questa conca con i vigneti, i colori del bosco, le nuvole, la nebbia che scende: mi vengono ancora i brividi. Ci sono ancora i cipressi di cui parlava Carducci in “Davanti a San Guido” (“I cipressi che a Bólgheri alti e schietti/ van da San Guido in duplice filar/quasi in corsa giganti giovinetti/mi balzarono incontro e mi guardar… “)». Nel Bolgheri (annata 2013), un altro blend, il Cabernet Sauvignon (60 per cento) è «la spina dorsale ed esprime il terreno argilloso sodico» (un tempo c’era un lago salato che poi è stato prosciugato - ndr). La nota portata dal Cabernet Franc (20 per cento) è invece «balsamica, mentolata». Quindi la «dolcezza del Merlot» (10 per cento) e di nuovo il Sangiovese (10 per cento). Aumenta il Cabernet nel Grattamacco 2012 (il nome ricorda che siamo in terra etrusca: «macco» significa ferro, siamo al principio delle colline metallifere). La quota è del 65 per cento, i vigneti scelti sono più vecchi e più lungo è l’affinamento: il risultato è una maggiore sapidità, «un vino che ha una nota selvaggia di macchia mediterranea. Che sa di Maremma».

Infine vanno ricordati i vini della terza tenuta, Fattoria Poggio di Sotto (non oggetto della degustazione). Poggio di Sotto nasce nel 1989 ed è unanimemente considerata una dei veri e propri classici del Brunello di Montalcino Docg. È una delle aziende più premiate dalla critica enologica italiana ed estera, non solo per il Brunello, ma anche per il suo Rosso di Montalcino Doc.

«Il Sangiovese, con l’agricoltura biologica, l’artigianalità in cantina sono un po’ i tratti distintivi dell’azienda – ha sintetizzato Luca Marrone – La filosofia a monte è esprimere nel modo più autentico il terroir delle uve. Per il Colle Massari significa il carattere del Sangiovese trovato in queste vecchie vigne. Per il Bolgheri evidenziare la forza sapida del territorio e per il Poggio di Sotto mantenere viva l’eredità di una biodiversità, di una nicchia ecologica. Se il clima te lo permette, l’agricoltura biologica è la strada migliore per mantenere l’identità. E questa operazione va continuata in cantina, con metodo artigianale, evitando troppi interventi esterni sul vino, lasciando esprimere “hands off” le uve. Il Sangiovese, tipico del Centro Italia – ha precisato – da noi trova un’espressione autentica del territorio. Quello del Montecucco si distingue per le sue note speziate, oltre quelle naturalmente fruttate, per un colore più profondo e la duttilità del vitigno. A seconda dell’età delle vigne, si possono fare vini di pronta beva, facili, come il Rigoleto, ma anche delle riserve, con quelle più vecchie e su terreni giusti, come il Poggio Lombrone, 100 per cento Sangiovese, che consideriamo il “cugino” del Brunello. Il Ciliegiolo, che utilizziamo nei blend, è un vitigno molto interessante, soprattutto nei vini giovani, non ha propensione all’invecchiamento, è da dosare. La viticultura – ha continuato – nella zona del Montecucco è stata un’ibridazione tra la cultura etrusca della vite e quella spagnola, che ha portato vitigni come l’Alicante, presente in Maremma. Di etrusco è rimasta la scelta dove impiantare i vigneti. Quelli più vecchi risalgano a 60 anni fa, ma abbiamo documenti che intorno al castello di Colle Massari, che abbiamo ristrutturato, si coltivava la vigna già nell’undicesimo secolo. I nostri vini – ha concluso – mirano alla bevibilità e insieme alla longevità. Non sono concetti slegati. Se uno pensa al Sangiovese, sono caratteri che vanno a braccetto. La freschezza e sapidità del vino, in un terroir adatto, hanno questo risultato: un vino non pesante, godibile nel tempo».