Dossier-denuncia presentato a Napoli dalla Coldiretti. I broccoli cinesi in cima alla black list: necessaria l’etichetta d’origine dei prodotti

La salute viene dai broccoli. Tema che negli Usa è stato affrontato a colpi di battute tra i vari presidenti. Con Nixon divenne la bandiera green dell’America contro il cancro, tanto che si diffuse pure un tè alle brassicacee. George H. W. Bush si dichiarò a sfavore («I do not like broccoli»). Hillary Clinton lanciò uno slogan nella campagna elettorale («Let’s put broccoli in the White House again»). George W. Bush si espresse di nuovo contro i broccoli. Fino a Michelle Obama, con la nuova riabilitazione legata alla predilezione del marito («Broccoli is his favourite food»). Ma se il broccolo è quello cinese, i dubbi sono parecchi, dato che il 92 per cento dei campioni sono risultati irregolari per la presenza di residui chimici.

La qualità ha un costo, ma il risparmio lo si paga con la salute

La denuncia è della Coldiretti, che ha stilato la prima black list dei cibi più contaminati arrivati sul mercato italiano «anche per le agevolazioni concesse dall’Unione Europea». La lista, elaborata sulla base delle analisi condotte dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel rapporto 2015 sui residui dei fitosanitari in Europa, è stata presentata simbolicamente al Palabarbuto di Napoli (città dove visse per quarant’anni lo scienziato Ancel Key che per primo ha evidenziato gli effetti benefici della dieta mediterranea) in occasione della concomitante mobilitazione di migliaia di agricoltori italiani, giunti con i trattori, in difesa del made in Italy.

Che la Cina finisca sotto accusa non è una sorpresa: nel 2015 ha conquistato il primato nel numero di notifiche dall’Unione Europea per prodotti alimentari irregolari in quanto contaminati dalla presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge, secondo una elaborazione della Coldiretti sulla base della Relazione sul sistema di allerta rapido per gli alimenti. Su un totale di 2967 allarmi per irregolarità segnalate in Europa, ben 386 (15 per cento) – precisa la Coldiretti – hanno riguardato il gigante asiatico.

Nella top ten della black list spiccano anche il prezzemolo del Vietnam (78 per cento fuori norma), il basilico dall’India (60 per cento dei casi, trovato anche positivo al Carbendazim, vietato in Italia perché ritenuto cancerogeno), le melagrane dall’Egitto (33 per cento), il peperoncino dalla Thailandia (18 per cento), la menta dal Marocco (15 per cento), i meloni dalla Repubblica Dominicana (14 per cento), le fragole dall’Egitto (11 per cento), i piselli dal Kenia (10 per cento) e le arance dall’Egitto (5 per cento).

Coldiretti ricorda che, secondo un report dell’Efsa, l’Italia vanta il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4 per cento), quota inferiore di quasi quattro volte rispetto alla media europea (1,4 per cento) e di quasi venti volte quella dei prodotti extracomunitari (7,5 per cento).

«Non c’è più tempo da perdere e occorre rendere finalmente pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero per far conoscere anche ai consumatori i nomi delle aziende che usano ingredienti stranieri – ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo – Bisogna liberare le imprese italiane dalla concorrenza sleale delle produzioni straniere realizzate in condizioni di dumping sociale, ambientale con rischi concreti per la sicurezza alimentare dei cittadini».

I riflettori sono stati accesi anche su un prodotto simbolo tricolore, la pizza, snaturata da ingredienti di bassa qualità provenienti dai mercati esteri: mozzarella lituana, concentrato pomodoro cinese, olio tunisino, grano canadese: quasi due pizze su tre servite in Italia sono ottenute da un mix di ingredienti provenienti da migliaia di chilometri di distanza senza alcuna indicazione per i consumatori. Nel 2015 sono aumentate del 379 per cento le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina e del 279 per cento le importazioni di olio di oliva dalla Tunisia. Si stima che due terzi delle esportazioni casearie della Lituania siano destinate all’Italia mentre è fatta con grano straniero almeno la metà delle pizze in vendita in Italia. «Bisogna introdurre in Italia, senza esitazione, l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti come ha chiesto il 96,5 per cento degli italiani sulla base della consultazione pubblica online sull'etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal ministero delle Politiche agricole» ha ammonito Roberto Moncalvo. L'arte dei pizzaiuoli napoletani, nel frattempo, è stata candidata a patrimonio immateriale dell’Unesco. La petizione a sostegno della candidatura ha superato l’obiettivo record di un milione di firme raccolte in tutti i continenti, quasi la metà delle quali raccolte grazie all’impegno della rete dei mercati degli agricoltori di Campagna Amica lungo tutta la Penisola.

Davanti ai rappresentanti delle Istituzioni presenti all’iniziativa, dal ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, al governatore della Regione Campania, Vincenzo de Luca, fino al sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, Coldiretti ha poi denunciato la presenza sugli scaffali di una grande catena di supermercati inglesi di confezioni di mini «San Marzano Tomatoes» prodotti in Spagna che sono stati esposti per la prima volta pubblicamente a Napoli (la Coldiretti ha anche avviato una mobilitazione con la campagna #nonuccidiamoilsanmarzano). L’occasione ha dato spunto a una nuova esposizione dei prodotti «tarocchi» che attaccano il made in Italy, dopo quella che si è svolta all’Expo. L’elenco è surreale: olio di oliva «Vesuvio» dal Sudafrica, scamorza «Salerno» dal Canada, mozzarella «Capri» dagli Stati Uniti, «Pomarola» dal Brasile, «Zottarella» venduta in Germania, pasta tricolore dal Sudafrica, pizza «Sono bello quatro formaggi» venduta in Russia. La perla è il kit inglese per la produzione casalinga di Mozzarella Cheese al «modico» costo di 25 sterline. «La mozzarella – si legge nelle istruzioni – non è il formaggio più facile da fare e richiede un po’ di pratica per perfezionare l’operazione di estensione della cagliata. Se i vostri primi due tentativi sono deludenti – si puntualizza – non fatevi scoraggiare. Sarete ricompensati». Auguri.