Carmelina Colantuono, 46 anni, porta avanti la tradizione della famiglia: l’ultima che in Molise, da trecento anni, compie ancora la transumanza. Nel mese di maggio segue centinaia di bovini di razza podolica e marchigiana per 180 chilometri lungo gli antichi tratturi. Un viaggio che dura quattro giorni e sa di tempi antichi

Abbiamo incontrato Carmelina Colantuono all’Expo, nel Padiglione del Molise, dove ha raccontato il sistema ecosostenibile della transumanza. Oggi questa forma di pastorizia, che è praticata in diverse regione europee, dalla Provenza alla Lapponia, si sta prendendo la rivincita. La terza conferenza internazionale per contrastare la desertificazione, che si è svolta a Cancun, l’ha indicata come il modo più efficace di allevamento per migliorare la biodiversità del pascolo, ridurre la Co2 e sostenere la conservazione di grandi spazi naturali non antropizzati. E La Regione Molise ha recentemente avanzato, come capofila di regioni partner del Sud Italia e dell’Europa, la sua candidatura all’Unesco come patrimonio materiale e immateriale dell’Umanità. Ma transumanza significa anche beneficiare di prodotti di qualità, unici, come il caciocavallo podolico. Perché è fatto con latte di mucche snelle, che si muovono, e non stanno negli allevamenti. Il risultato è un prodotto nobile, ricco di omega 3 «come si trova nei pesci». Ma lungo i tratturi, che cominciano a essere pensati come opportunità turistiche da declinare anche in chiave sportivo-salutistica (trekking, mountain bike, cavallo), si possono trovare agriturismi che offrono altre specialità dell’enogastronomia. A cominciare dai prodotti caseari (manteca, stracciata, pecorino, caprino), il vino, come la Tintilia che nasce da un vitigno autoctono recuperato, il pregiato tartufo bianco (è molisano il 40 per cento della produzione nazionale di tartufo), i pomodori di montagna, caratterizzati dalla bassissima acidità e poi il pane e l’olio.

Qual è il significato oggi della transumanza, cosa porta all’economia della Regione?
«Transumanza perché noi vogliamo far vivere i nostri animali nel benessere più assoluto, sempre allo stato brado. In modo che loro si scelgano le erbe che vogliono mangiare. Questo comporta poi che i formaggi che facciamo sono eccezionali dal punto di vista organolettico, sono ricchi di vitamine, hanno i grassi omega 3 che ci sono nei pesci. E poi lavoriamo il latte senza pastorizzarlo, crudo. Quindi è un prodotto vivo, che cambia in base a quello che le mucche mangiano ed evolve con la stagionatura».

Quante persone fanno la transumanza in Molise?
«Siamo rimasti solo noi. Siamo gli ultimi romantici, un po’ ostinati. Appartengo a una famiglia patriarcale (ci chiamano “quelli di Creta” perché la provenienza è greca) che da più di cinque generazioni fa la transumanza, da due-tre secoli, insomma. E andiamo nello stesso posto da più di cent’anni. Il viaggio dura quattro giorni. Ma il periodo in cui si rimane in un posto dura sei mesi: stiamo sei mesi in Puglia e sei in alto Molise. Noi siamo di Frosolone, provincia di Isernia, e andiamo San Marco in Lamis, in provincia di Foggia. Ci spostiamo sul Gargano a ottobre, quando comincia ad arrivare la neve in montagna. Da lì ce ne andiamo a maggio, perché comincia il caldo e gli animali diventano irrequieti. Quando ero piccola, e vedevo mio padre partire, odiavo la transumanza. Oggi la amo».

Quanti animali spostate?
«Ne portiamo circa trecento, razza podolica e un po’ marchigiana. “Le mucche sono come le rondini”, diceva mio padre. “Quando è tempo di migrare dobbiamo seguirle”. Loro seguono le stelle. Sono snelle, si muovono come cavalli. La resa è di quindici litri di latte al giorno, non sessanta come quella delle vacche da allevamento. Però vivono anche diciassette anni, e non tre o quattro. Muoversi fa bene. Quella podolica dà una carne ottima, meno colesterolo, ha omega 3 e omega 6, ma è un po’ scura e fibrosa e la gente non è preparata: la vuole bianca, non capisce che non è la migliore».

Che cosa producete?
«Produciamo caciocavallo podolico, un prodotto di eccellenza, che può invecchiare anche cinque anni e più. E poi la manteca, prodotto che ormai non si trova più. Alcuni la fanno con la scrematura del latte. Noi la facciamo invece come si faceva una volta, con la ricotta, una lavorazione artigianale, e la inglobiamo nella pasta del caciocavallo. Diventa un sottovuoto naturale che si conserva per oltre un anno. Poi facciamo la scamorza, la treccia e produciamo carne».

Il tratturo è la strada della transumanza, può essere una strada che porta turismo?
«I tratturi sono strade verdi, larghe fino a 111 metri. Attraversano territori. Ci sono passati i sanniti, eserciti, pellegrini diretti a Gerusalemme, santi come San Francesco, papi come Celestino V, commercianti. Sono le strade della storia. La gente potrebbe venire in Molise solo per passeggiare lungo i tratturi: ci trovi archeologia, borghi, castelli, chiese. E poi enogastronomia: vino, tartufo, pomodori di montagna, formaggi d’eccellenza come il caciocavallo podolico fatto come una volta. Il tratturo unisce tutte le qualità e le peculiarità dei nostri territori. Il Molise è piccolo, ma racchiude tradizioni uniche. Noi siamo montanari, abbiamo conservato modi antichi di preparare i prodotti. La regione non ha avuto grande sviluppo industriale, quindi ha conservato ciò che di meglio aveva».

Sta cambiando l’immagine turistica del Molise?
«Sì. Tante persone che sono andate all’estero e ricordano il Molise in modo nostalgico ma come terra difficile, inospitale, da cui sono dovuti fuggire, quando tornano rimangono sorpresi. Lo trovano diverso e così bello che pensano si debba ricostruire questo legame perduto e riportare indietro i figli. Da alcuni anni c’è, per esempio, una persona che viene dal Canada con la famiglia e si aggrega a noi quando pratichiamo la transumanza: ne sentiva parlare dal padre e voleva provare questa esperienza. Ce la siamo trovata un giorno, alle tre di notte in un campo, che chiedeva di unirsi a noi».