L’azienda marchigiana Col di Corte produce un pluripremiato Verdicchio dei Castelli di Jesi bio, fermentato con lieviti spontanei per esaltare il terroir

Vini genuini, del vignaiolo? Sarebbe una definizione limitata, vista la complessità dell’approccio. Fatto sta che i vini naturali piaccono sempre di più e soprattutto conquistano i giovani. L’ultima edizione di Live Wine è stata una passerella per 150 produttori che hanno attirato migliaia di visitatori.
Artigianalità, basso o nullo contenuto di solfiti, niente chimica, niente additivi, lieviti spontanei, bevibilità e piacevolezza del vino-alimento sono solo alcune delle linee distintive di questa categoria di vini in forte ascesa.

Un’azienda tra le più interessanti, presente alla kermesse, è Col di Corte: «cantina e non azienda» si definisce. La sede operativa è a Montecarotto, entroterra marchigiano in provincia di Ancona, a metà tra il Mar Adriatico e gli Appennini. Undici ettari di vigneti bio nel territorio del Verdicchio Doc. Alla guida, con altri soci, c’è Giacomo Rossi.

Come nasce l’azienda?
«Da due anni mi occupo dell’azienda agricola. Chi cura la parte agronomica ed enologica, ci tengo a sottolinearlo, è Claudio Caldaroni, un giovane enologo di Ancona. Io vengo dal mondo della produzione documentaristica. L’ultimo lavoro che ho fatto riguarda proprio il vino: il titolo è “Resistenza naturale”, distribuito da Lucky Red e uscito in tutto il mondo: è stato al festival di Berlino, a Toronto. Il regista, l’americano Jonathan Nossiter, è lo stesso che anni fa produsse “Mondo vino”».

Vino come alimento e non come prodotto, modello artigianale e non industriale. Sono vini allora di “resistenza naturale”?
«Difficile dare delle categorie. Diciamo che è diverso il modo in cui si lavora. Il vino è diventato status symbol, è più prodotto che alimento. Negli ultimi venticinque anni i mercati americani e i nuovi sudamericani hanno dato un certo imprinting. In cantina e in campagna si sono utilizzati prodotti che hanno portato ad avere vini lontani dalle caratteristiche del vitigno inteso come territorialità. Il vino concentrato, barricato, dolce corrispondono a un gusto che nasce come concetto di marketing. I Supertuscan sono un esempio di questa risposta dettata dal mercato. Oggi la tendenza però si sta invertendo».

Qual è la linea allora di Col di Corte?
«In primis valorizzare le caratteristiche del vitigno e del terroir, senza alterare i sapori. E anche un modo per fare conoscere tutto il territorio. È “agricultura”».

Come lavorate con i solfiti aggiunti?
«Abbiamo vini che hanno meno di 30 milligrammi di solforosa totale per litro, altri tra i 50 e 60 quando il limite per il biologico è tra 100 e 110 (per i vini non bio la legge ne permette fino a 150 mg/l per i rossi, fino a 200 mg/l per i bianchi e rosati e dai 200 ai 300 mg/l, a seconda delle tipologie, per i vini dolci, ndr). Anche per il quantitativo di rame e zolfo per ettaro siamo sempre sotto i valori del bio».

Produzione biologica e da poco avete avviato anche trattamenti biodinamici.
«Sì, su tutta la produzione, anche se non siamo certificati. Abbiamo seguito lo scorso inverno un corso con Nicolas Joly e Stefano Bellotti, rispettivamente referente francese e italiano per Renaissance. Facciamo poi parte del Consorzio Terroir Marche (di base tutte aziende bio), che da statuto ha l’obiettivo di valorizzare il prodotto agricolo e la territorialità e ha una filosofia molto vicina a quella dei vini naturali».

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è il vostro vino di punta in una gamma che comprende anche rossi.
«Sì, copre circa la metà della produzione; per i rossi il più rappresentativo è invece il Montepulciano, che produciamo anche in purezza. Il nostro Verdicchio, alla classica nota floreale e agrumata, aggiunge una nota amarognola e un sapore asciutto. Rispecchia la territorialità e la stagionalità: molti invece lo tagliano con Chardonnay. Per ogni nostro vino mettiamo anche sulla bottiglia dei simboli grafici per far capire come è stata la stagione, perché questa influisce su qualità e sentori che sono variabili. Ogni azienda produce, in realtà, un Verdicchio diverso e ogni parcella ne produce uno altrettanto diverso. Difficile dare definizioni standard. Quello di Matelica, per dire, è più acidulo, nasce da un clima quasi montano, in una valle quasi chiusa al mare».

Producete anche un Lacrima di Morro d’Alba dall’intrigante bouquet floreale e piacevole rotondità.
«Una piccola produzione. Non possiamo vinificare nella nostra cantina perché siamo fuori dal territorio del disciplinare. E affittiamo una della zona».

Avete cominciato a lavorare anche sui lieviti spontanei.
«Abbiamo imbottigliato il nostro primo Verdicchio fermentato con lieviti spontanei, Il Vigneto di Tobia Verdicchio Classico Superiore 2015. Ma dal 2016 abbiamo fermentato tutti i nostri vini con lieviti solo spontanei».

Che cosa cambia rispetto ai lieviti selezionati?
«Quelli selezionati, riprodotti in laboratorio, danno il sopravvento a certe famiglie di lieviti nel processo di fermentazione degli zuccheri in alcol. Tendono così a dare una certa omogeneità ai vini. Sono comunque ammessi anche nei disciplinari biologici. Ce ne sono a decine, aromatici (fanno prevalere il sentore di banana, retrogusto di violetta eccetera) o meno. Quelli spontanei si trovano nell’aria, in cantina e anche sulla buccia dell’uva. Il processo di fermentazione è attivato da lieviti che si trovano sui tuoi vigneti, sulla tua parcella e in cantina. Rispettano al massimo il terroir».

Qual è l’effetto sui vini?
«Produrre vini più veri, più territoriali».

Fate affinamento prevalentemente in acciaio ma non disdegnate poi anche la barrique.
«In maniera leggera, usando legni usati. Come nella riserva di Verdicchio. Il problema è l’eccesso».

Producete anche un vino con metodo ancestrale. Di che si tratta?
«Sostanzialmente mosto che finisce la fermentazione in bottiglia. Più precisamente il mosto, che non ha ancora finito la trasformazione degli zuccheri in alcol, imbottigliato: prende la frizzantezza dovuta alla Co2 dalla fine della fermentazione. Non c’è aggiunta di lieviti o sboccatura. È in produzione ma non ancora etichettato. Probabilmente lo chiameremo l’Ancestrale. È un vino fatto con metodo antico, come capitava nelle vinificazioni di campagna. Dovrebbe essere catalogato come vino frizzante».

Dove e quanto esportate?
«Circa il 50 per cento della nostra produzione va all’estero. Germania (Berlino, Amburgo), e Inghilterra (Devon) sono i mercati più ricettivi. A Cuba e Cina piccole nicchie. Il mercato cinese è ancora immaturo. Lì abbiamo avuto un’esperienza scioccante. Una sera siamo stati a cena a Pechino con una delle prime importatrice di vino. È arrivata con una Ferrari. Dopo ore che parlavamo, ci ha detto che non beveva vino. Poteva trattare del tondino di ferro che era la stessa cosa».

Alcuni dei vostri vini hanno ricevuto importanti premi.
«Con il Vigneto di Tobia Verdicchio Classico Superiore abbiamo vinto la medaglia di bronzo al Millésime Bio 2017, a Marsiglia, una delle fiere del vino biologico più importanti al mondo. Il Col di Corte Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore 2014 ha preso la Medaglia d’argento all’International Wine Challenge di Londra e il 5 Stars Wine Award al Vinitaly 2016».