Ci vorrebbero Asterix e Obelix, due cacciatori e mangiatori di cinghiali, per cercare di riportare la situazione animali selvatici, cinghiali in particolare, verso la normalità. Nel giro di 10 anni sono raddoppiati, passando da circa 600mila nel 2005 a più di un milione nel 2015.

Il numero di cinghiale ha superato il milione di capi

La rottura di antichi equilibri da parte dell’uomo e della sua opera sul territorio ha favorito la ripresa di alcuni animali rispetto ad altri. Il cinghiale ne è l’esempio perfetto. Questo esercito è libero di scorrazzare per le campagne di tutta Italia, dalla pianura alla montagna, dal Nord a Sud. I risultati? In molti casi drammatici. L’opera dei cinghiali sul territorio è devastante quando si muovono come branchi attraverso campi coltivati, dopo il loro passaggio resta ben poco.

«Una situazione insostenibile – ha dichiarato Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti – che sta provocando l’abbandono delle aree interne da parte della popolazione, con problemi sociali, economici e ambientali. A rischio non c’è solo il reddito delle imprese agricole ma anche la sicurezza nelle aree rurali e periurbane è in pericolo».

I dati forniti dall’Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale ha evidenziato come nel 2015 gli incidenti gravi che vedevano coinvolti gli animali erano 214, si sono, purtroppo, registrare 18 persone che hanno perso la vita e 145 sono rimaste ferite. E molti animali stanno iniziando a frequentare le periferia alla ricerca di cibo.

Il problema non sono solo i cinghiali, ma anche nutrie, daini, caprioli e molti altri ancora. Le nutrie, per esempio, non sono autoctone, ma sono state introdotte per la loro pelliccia. Oggi sono una piaga per l’irrigazione nella Pianura Padana, in quanto scavano gallerie negli argini dei canali provocando cedimenti e allagamenti.

Le associazioni di categoria, come la Coldiretti, chiedono una riforma della disciplina sugli animali selvatici. Una riforma che deve tutelare sia l’agricoltore sia l’ambiente.