La Cina rappresenta un mercato importante per l’agroalimentare made in Italy, che è visto come indicatore di affermazione sociale da parte dei cinesi

Quello cinese rappresenta un mercato importante, anzi probabilmente – con il suo miliardo e quattrocento milioni di potenziali clienti – il “mercato del futuro” per il settore agroalimentare del nostro Paese. «Perché si trasformi in realtà, però, occorre che si faccia gioco di squadra». È l'avvertimento lanciato da Ettore Sequi, ambasciatore d'Italia nel grande Paese orientale e, soprattutto, punto di riferimento per ogni progetto di partnership, investimento, collaborazione o altro delle aziende italiane in quello che una volta era il Celeste Impero. L'intervento del rappresentate diplomatico italiano a Pechino è avvenuto attraverso un collegamento via internet in occasione di un evento organizzato da Ispi (Istituto per lo studio delle politiche internazionali) insieme ad Assolombarda Milano Monza e Brianza proprio per parlare del tema “Cina come opportunità”.

Fare gioco di squadra per superare le difficoltà legate alle dimensioni delle aziende italiane

«Insieme a quello della sanità e dei servizi ad essa collegati, il settore agroalimentare è quello che offre le maggiori possibilità alle aziende italiane», ha detto l'ambasciatore nel corso del suo intervento. Il bacino di possibili clienti è dato dall'enorme massa della classe media cinese: oltre duecento milioni di persone, numero che cresce ogni anno di diversi milioni, e che vedono il made in Italy come status symbol, come indicatore di affermazione sociale.

Questo fa si che le cifre dell'esportazione agroalimentare italiana verso la Cina siano decisamente importanti: 400 milioni di euro (incluso quello del vino che nel 2015 è stato di 105 milioni). «Ma c’è ancora molto che si potrebbe fare», ha sottolineato Sequi.

I numeri sono grandi, eppure l'Italia, secondo le stime di Ice Pechino, è appena al diciannovesimo posto come fornitore di prodotti alimentari e bevande in Cina. Una situazione che l'istituto italiano vuole cambiare lanciando la nuova promozione integrata che, a livello nazionale, parte nel secondo trimestre del 2016. A frenare lo sviluppo delle nostre esportazioni in Cina è anche un altro fattore. La stragrande maggioranza delle imprese italiane del settore è di piccole, quando non piccolissime dimensioni: messe di fronte al “gigante” cinese, con le sue complessità normative, burocratiche, culturali, temono di non poter affrontare uno sbarco con possibilità di successo.

«Per questo – dice ancora l'ambasciatore Sequi a conclusione del suo intervento – è necessario fare lavoro di squadra. Da quando sono qui, ormai da un anno, ho lanciato diverse iniziative per favorire l'ingresso anche dei piccoli produttori: lavorando insieme, si può».