A Roma dal 19 al 21 febbraio ci sarà Canapa Mundi, una manifestazione dedicata a questo alimento poliedrico che sta crescendo nel mercato italiano

Pianta coltivata per cinquemila anni, quindi proibita, poi riscoperta come health food. È il destino della canapa che sta vivendo un’autentica rinascita tanto da venire accolta anche nella cucina gourmet. C’è pertanto grande attesa e interesse per la seconda edizione di Canapa Mundi (più di diecimila visitatori lo scorso anno), la grande fiera internazionale della canapa, che si terrà dal 19 al 21 febbraio al Palacavicchi di Roma, organizzata dall’associazione culturale Tuanis.

L’alimentazione sarà l’assoluta protagonista: più di 1500 metri quadri (l’80 per cento degli spazi) saranno dedicati ai molteplici utilizzi della canapa nel food. Dei tre stand gastronomici uno sarà anche 100 per cento vegan e l’altro gluten free. Al ristorante si potranno gustare menù vegan e a base di canapa, come la birra alla spina. Il programma prevede anche incontri con nutrizionisti e associazioni del settore, rappresentato da un centinaio di produttori.

Dai semi di canapa si ricava l’alimento principe, l’olio. Ha un gusto nocciolato e contiene fino al 75 per cento di acidi grassi polinsaturi (l’extravergine ne contiene il 7,5 per cento), in particolare i preziosi Omega 3, antinfiammatori, fondamentali in quanto l’organismo non è in grado di sintetizzarli e li ricava dagli alimenti. I semi contengono poi tutti gli aminoacidi essenziali oltre a essere una fonte preziosa di calcio e potassio. Dai semi, che spesso arricchiscono salutari insalate, si ottiene anche una farina, che può sostituire quella prodotta con i cereali, impiegata per preparare pane, pasta, pizze. Possiede il 21 per cento di calorie in meno rispetto a una farina 00, ha un gusto amarognolo e rustico, simile all’integrale, ed è priva di glutine, dunque rappresenta un’ottima alternativa per i celiaci. L’offerta si allarga a svariati prodotti, dal latte di canapa, alla birra (ottenuta dalle foglie), al gelato, al cioccolato e agli snack.

In Italia sono numerose le piccole aziende agricole che hanno iniziato a coltivare canapa. Nel 2015 i terreni dedicati alla coltivazione della pianta hanno raggiunto i 1.500 ettari, per un totale di oltre 400 tonnellate di semi raccolti. Una riscoperta per il nostro Paese, visto che ancora nei primi anni del 900 l’Italia era la seconda nazione al mondo nella produzione di canapa per usi industriali, dietro solo alla Russia. Un punto di riferimento è Assocanapa, l’associazione, con sede a Carmagnola, che riunisce 253 soci con lo scopo di promuovere la canapa nei vari settori produttivi.

«In Italia, la coltivazione della canapa per la produzione di semi a scopo alimentare è consentita solamente dal 2011, ma sono già numerose le piccole ditte e aziende agricole che hanno iniziato a coltivare terreni a questo scopo – ha commentato Silvio Saraceni, presidente dell’associazione culturale Tuanis organizzatrice dell’evento – Purtroppo non se ne parla abbastanza, per questo abbiamo deciso di creare una vera e propria fiera nella fiera, dedicando una grandissima parte agli utilizzi della pianta nel campo alimentare. Dal punto di vista dei valori nutrizionali, la canapa è un alimento completo e, oltretutto, è facilmente digeribile. Introdurla nella nostra dieta quotidiana contribuisce al mantenimento della nostra salute e al contenimento dei sintomi di diverse patologie».

La varietà di pianta che viene coltivata lecitamente è la canapa sativa. La varietà deve essere compresa nel Registro Europeo delle Sementi e deve avere un tenore di Thc (il principio attivo psicotropo, che è presente solo nelle foglie e infiorescenze, mai nei semi) inferiore allo 0,2 per cento. «La legge per la coltivazione della canapa dice questo, ma la natura opera in modo diverso. Non fa i bulloni standard. E allora ci possono essere degli sbalzi tra pianta e pianta nel Thc – fa notare Beppe Croce, responsabile nazionale agricoltura di Legambiente – Capita certe volte che le forze dell’ordine, in seguito a dei controlli, trovino una pianta con un tenore superiore e magari sequestrano tutto il campo. In realtà bisogna fare una media tra tutte le piante. Oggi anche la normativa europea lo prevede. Un altro problema investe poi il prodotto. Il seme non contiene Thc, ma con la lavorazione, o per contaminazione, ci può sempre essere una minima presenza. L’Italia ha invece mantenuto una normativa che vieta in toto la sua presenza, anche infinitesimale. Quindi basterebbe anche uno 0,01 per cento per bloccare la commercializzazione del prodotto. In Germania – fa notare – non è così. Il regolamento prevede dei limiti di tolleranza diversi a seconda degli alimenti ed è ovviamente minima per i cibi per l’infanzia. Oggi per fortuna – sottolinea – è in corso di approvazione un nuovo testo di legge (Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, che ha avuto il via libera lo scorso novembre dalla commissione Agricoltura della Camera – ndr), che si uniforma al modello tedesco. L’agricoltore, prevede il nuovo testo, è più tutelato visto non c’è più la necessità di una speciale autorizzazione per la coltivazion e qualora, all’esito del controllo, il contenuto complessivo di Thc della coltivazione risulti superiore allo 0,2 per cento ed entro il limite dello 0,6 per cento, nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore. Sono poi previsti dei livelli massimi di Thc negli alimenti, mentre oggi si prevede la sua totale assenza. In tutto il mondo, perfino in India e Nuova Zelanda oltre che negli Usa, c’è grande interesse per la canapa. La nuova legge darà slancio alla produzione e consentirà una maggiore disponibilità dei prodotti».

Alla luce di queste novità ci auguriamo che il Crea (Centro di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, ex Inran) possa finalmente inserire nel database degli alimenti  anche l’olio di canapa, oggi assente.