Il disciplinare del Brachetto d’Acqui Docg viene modificato per introdurre la versione secca. Un vino prodotto nell’Alto Monferrato sin dai primi del ‘900

Cambia un altro disciplinare di produzione e cambia un altro caposaldo dell’enologia piemontese: il Brachetto d’Acqui Docg che, dopo l’Asti Docg, lascia un po’ di zucchero per strada per diventare anch’esso secco. In questo caso, però, non si tratta di una rivoluzione, di un cambiamento storico, ma è la formalizzazione di una tradizione antica, ma sino a ora rimasta fuori dal disciplinare.

Le prime bottiglie di Brachetto d’Acqui non dolce arriveranno sul mercato con la prossima vendemmia

La storia del Brachetto d’Acqui secco è antica, molte cantine nella zona di Strevi, nell’Alto Monferrato, lo producevano già agli inizi del ‘900. Era un vino che veniva servito fresco e che accompagnava i piatti della tradizione popolare piemontese: salumi, formaggi, acciughe al verde. Sono numerose le testimonianze legate al Brachetto secco: l’enologo Rapetti, considerato una autorità nella produzione di questo vino, lo abbinava anche allo stoccafisso.

«Intorno agli Anni Ottanta – racconta Carlo Lazzeri dell’Enoteca Regionale di Acqui “Terme e Vino” - sbicchieravo Brachetto Secco delle Cantine Spinola soprattutto come aperitivo, molto apprezzato grazie al suo gusto non troppo dolce e leggero. In quegli anni il Brachetto Secco era selezionato anche nei concorsi enologici ad Acqui Terme».

Questa modifica al disciplinare, voluta dal Consorzio di tutela, ha un duplice obiettivo, quello di “regolarizzare” una tradizione e dare un nuovo impulso a un vino che non sta vivendo il suo miglior periodo. «È il riconoscimento a un progetto su cui puntiamo da tempo – ha detto Paolo Ricagno, presidente del Consorzio – e che interessa alle aziende del comparto. Essere riusciti ad ampliare la gamma dei prodotti a base di uve brachetto apre certamente nuove opportunità di crescita per una filiera che non merita la crisi in cui si dibatte da troppi anni».

«Il Brachetto d’Acqui o Acqui non dolce – ha specificato Ricagno – insieme alle altre tipologie dolci, ha tutte le caratteristiche per dare impulso al settore. Le Case spumantiere ci credono e noi del Consorzio con loro faremo tutto il possibile per avviare al meglio questo progetto».

«Le tipologie Acqui non dolce saranno spumante e fermo – ha spiegato Alberto Lazzarino, vice presidente Consorzio – Il primo potrà andare dal Dry all’Extra Brut, passando dal Demi Sec all’Extra Dry al Brut. Abbiamo lasciato ampia libertà in modo che ogni azienda possa scegliere qualche strada intende tentare. Sarà poi il mercato a determinare la scelta vincente. L’Acqui vino fermo, invece, sarà un rosso secco, “strutturato”, in modo da garantire, una permanenza in bottiglia anche di un paio d’anni».

Per poterlo assaggiare bisognerà aspettare la prossima vendemmia, solo allora arriveranno le prime bottiglie. Come sarà? Sicuramente manterrà l’apporto aromatico dell’uva brachetto, ma tutto il resto bisognerà scoprirlo, magari con un buon piatto di salumi accompagnato dalle acciughe al verde.