Viaggio nel birrificio Menabrea a Biella, la più antica fabbrica di birra italiana, che lancia una nuova referenza la Rossa Doppio Malto in bottiglia

A 1200 metri di altitudine si trova Oropa, il più importante santuario mariano delle Alpi. L’antica basilica custodisce la statua della Madonna Nera, realizzata da uno scultore valdostano nel XIII secolo. Bisogna salire fin lassù per capire la storia di Menabrea, la più antica fabbrica di birra italiana, nel cuore di Biella, a venti minuti dal luogo di culto. Quell’acqua leggerissima è stata la fonte miracolosa per la crescita economica della città: da una parte la birra, dall’altra il settore tessile. Realtà intrecciate. E quella peculiarità ha attratto la famiglia Thedy che dalla valle di Gressoney-Saint-Jean, attraversando un passo di montagna, è arrivata nel capoluogo per continuare la produzione della birra cominciata ad Aosta.

A Biella Menabrea non produce solo birra, ma accoglie i visitatori con un museo e un ristorante ad hoc

Parlare con Franco Thedy, amministratore delegato di Menabrea, che rappresenta la quarta generazione, significa aprire pagine di storia. «Menabrea è nata nel 1846 – dice con orgoglio, mentre ci mostra il museo che racconta 171 anni di storia e tradizioni – Siamo la più antica fabbrica di birra italiana in attività nel luogo storico dove è nata, in un contesto di archeologia industriale. Ed è un valore enorme. Oggi lanciamo ufficialmente sul mercato una referenza che va a completare la gamma delle nostre birre, la 150°- Rossa Doppio Malto in bottiglia da 33 cl. Una birra rossa doppio malto da sette gradi e mezzo, già presente sul mercato nella referenza birra in fusto. Ci è stata richiesta dai consumatori per l’enorme successo avuto in questi anni. Noi – sottolinea – produciamo birre a bassa fermentazione: abbiamo ampliato la gamma per offrire un panel variato, una birra ambrata, strong, fino alla doppio malto rossa».

A bassa fermentazione, classificata Premium (le birre di qualità superiore), di tipo Bock, la nuova Rossa è caratterizzata da una schiuma abbondante e persistente e da un colore rosso scuro. Una birra corposa che si fa apprezzare per la piacevolezza e l’eleganza dei malti tostati. Per scoprire i suoi segreti, visitiamo l’impianto dove in soccorso ci viene il mastro birraio, Uwe Eichert. «Usiamo un ceppo di lievito particolare – spiega – C140, che arriva dal laboratorio Carlsberg: questo dà il nostro gusto alla birra. È un po’ il piccolo segreto della Menabrea. L’altro è il tempo: ci mettiamo circa quattro, cinque settimane per produrla. Alcuni colossi la fanno in dieci, quindici giorni. Il malto – aggiunge – arriva dal Sud della Baviera o dalla Francia, vicino a Rennes; il luppolo («l’oro verde» della birra, in pellet) dalla zona di Norimberga. Alla fine la birra è fatta da 92 per cento di acqua, quattro per cento di alcol e il rimanente di zuccheri, anche se poi contiene circa 2500 sostanze».

La visita dell’impianto è affascinante, si passa dalla sala cottura, con il mulino per la macinazione del malto d’orzo e la caldaia, alla sala di fermentazione, fino all’area dedicata alla pastorizzazione e imbottigliamento. «L’attuale sala cottura è in via di pensionamento – racconta Franco Thedy – Dal 2018 c’è un nuovo progetto per la quarta sala cottura di Menabrea, un biglietto da visita anche per i turisti. Ci sarà prossimamente anche un nuovo centro di 400 metri quadrati dedicato alla degustazione e ai visitatori, oltre al museo che sarà parte integrante. Passo dopo passo, come è uso e costume nei biellesi».

Il museo si divide in una prima area dove viene illustrato il processo del prodotto, una seconda dedicata all’imbottigliamento e l’ultima che conserva una piccola parte dell’archivio storico. Spiccano importanti riconoscimenti: uno è del 1924, ottenuto a una mostra a Bruxelles. Tra le curiosità, uno strumento mandato dall’Austria nel 1931 per tassare i produttori di birra (un tempo veniva determinata a monte del processo di produzione) come rimborso per i danni di guerra («Hanno continuato a fare danni»). È rimasto in funzione fino al 1992 quando è cambiato il sistema fiscale. Oggi le fabbriche di birra vengono tassate all’immissione in consumo. «Certo, le accise penalizzano un po’ tutti i produttori – riflette Franco Thedy –, ma non è solo quello che impedisce la crescita. Anche un po’ più di cultura nella filiera farebbe del bene».

Trentacinque milioni di fatturato, oltre duecentomila ettolitri annui di birra commercializzata, una presenza in 36 Paesi del mondo. Menabrea è un piccolo brand globale. Ed è parte del gruppo altoatesino Forst (detiene meno del 4 per cento del mercato di birra mondiale). Un’altra realtà che ha mantenuto una identità familiare.

Il brand propone anche una gamma dedicata all’alta ristorazione, oltre a birre in distribuzione solo in prossimità del periodo natalizio, la Christmas Beer e il bottiglione Menabrea di Natale da due litri in Limited Edition. «Abbiamo anche una Weiss – sottolinea l’amministratore delegato – viene prodotta da un piccolo birrificio in Baviera da una nostra ricetta. Facciamo ancora una birra addizionata con riso, una Light. Un tempo, fino agli anni ’80, si usava molto, perché il grosso delle birrerie era al Nord: oggi come succedaneo si usa il mais».

«A Biella – aggiunge – c’era solo la fabbrica di birra, oggi c’è un centro di accoglienza, un museo. E annesso alla fabbrica, ricavato dalle vecchie stalle dello stabilimento, il Ristorante Menabrea. Con un amico che produce formaggi di qualità, poi, stiamo creando una sinergia per una sorta di polo alimentare in città che racconteremo anche nel nuovo centro visitatori. Birra e formaggio per noi è un must».