Un’idea diventata realtà, Roberto Manetti ci parla del Banco Etico Agroalimentare e delle eccellenze toscane che promuove nel mondo e in Italia

La Toscana ha un cuore verde, le colline e i borghi medievali che caratterizzano il paesaggio ne hanno fatto un luogo “magico” per la produzione di vino, olio e prodotti agroalimentari. Già oggi sono molti i prodotti toscani ambasciatori nel mondo del made in Italy, a partire dal vino. Un paio di nomi a caso: Brunello di Montalcino e Chianti Classico, ma l’elenco sarebbe potenzialmente lunghissimo. E non dimentichiamo il mondo dei pecorini, la norcineria, l’olio d’oliva extravergine, il miele, le confetture, la pasta e molto altro ancora: perle della enogastronomia italiana. Il Banco Etico Agroalimentare, Bea, è una cooperativa nata nel 2013, che vuole diventare un punto di riferimento per quello che riguarda le eccellenze toscane nel mondo e anche in Italia. Non come un semplice rivenditore, ma come modello capace di garantire la sopravvivenza di tutti attraverso un modello etico di fare gli affari. Ne abbiamo parlato con Roberto Manetti, presidente di Bea, che ci ha illustrato presente e futuro di questo progetto che ha già portato in 15 diverse nazioni il made in Tuscany e ha delle idee precise sul turismo.

Bea, Banco Etico Agrolimentare, è un progetto giovane quali sono le motivazioni che vi hanno spinto a creare questa realtà e qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere?
«Bea nasce dall’esigenza di portare il vero made in Tuscany, con il suo autentico Dna, nel mondo. Perché molto di quello che oggi viene esportato non è realmente prodotto in Italia o in Toscana, ma le materie prime, provenienti dall’estero, vi sono solo lavorate ed esportate. Abbiamo voluto creare una piattaforma certificata dove l’etica riveste un ruolo centrale. In partenza doveva essere una certificazione etica con l’avallo di un ente certificatore internazionale, ma questo tipo di certificazione è in fase di dismissione, perché era voluta soprattutto dalla grande distribuzione. Dietro consiglio di questi ente, abbiamo quindi optato per la certificazione di sostenibilità nei valori condivisi. Attualmente sono in corso tutte le procedure per ottenerla, perché è un processo che richiede tempo. Un importante punto è il prezzo equo: Bea acquista sempre da chi produce in modo da garantire un guadagno e la possibilità, per il produttore, di rinvestire i soldi. Inoltre, con i produttori selezionati da Bea c’è un discorso ecologico e legato alla sostenibilità ambientale. Vogliamo, attraverso Bea, commercializzare, in un primo tempo, prodotti creati in Toscana, e anche in Italia dopo, con una certificazione che garantisca il consumatore, italiano o straniero, che sta scegliendo il migliore. Comperare un prodotto certificato Bea significa portare a casa qualcosa che certamente è frutto del made in Italy, in questo caso made in Tuscany. Il consumatore deve avere la certezza, per esempio, che quel pecorino di Pienza è fatto a Pienza da un allevatore che rispetta le regole del disciplinare. Immaginiamo un aereo, un Douglas degli anni ’30, realizzato con un puzzle di aziende che lavorano bene e al comando di questo c’è Bea che organizza tutto e porta in giro nel mondo i prodotti di queste aziende».

Bea è dunque una tua idea?
«Sì. Quando ho deciso di dare vita a questa realtà, doveva chiamarsi Banca Etica Agroalimentare, perché banca significa unione di intenti, era un termine che aveva un sapore rinascimentale. Noi toscani siamo innamorati di questo periodo storico. Ma non ho potuto usarlo perché in Italia la parola banca può essere usata solo nel mondo della finanza».

In questo momento di quante aziende è composto il vostro portafoglio?
«Abbiamo olio, vino e generi alimentari, ma sono divisi in tre realtà diverse c’è la Bea dell’olio, la Bea del vino e la Bea delle eccellenze. Ci sono tre anime perché proporre e vendere l’olio è diverso da un filetto di Chianina o dal vino. Ogni referenza ha bisogno di diversi strumenti di vendita. Al momento abbiamo 63 aziende certificate che forniscono prodotti in queste tre aree».

Oltre all’alimentare, vi state approcciando anche al mondo del turismo?
«Sì, stiamo anche lavorando su questo fronte. Abbiamo fatto una riflessione e ci siamo accorti che il nostro progetto è sostenibile: riusciamo a far lavorare le aziende insieme, per raggiungere obiettivi comuni. Come si fa rendere possibile questo? Incominciando a far sì che i produttori tra loro si rispettino, vendendo i prodotti e trovando quindi i soldi per farli crescere. Quindi per tradurre in realtà questi pensieri abbiamo deciso di occuparci anche di servizi e supporto all’azienda. Per esempio, lo scorso 30 ottobre, abbiamo presentato in Regione Toscana un Pif (Progetti Integrati di Filiera – ndr) che coinvolge dodici aziende più l’Università di Siena sul mondo dei grani coltivati in Toscana. Inoltre facciamo formazione, facciamo crescere le aziende che vengono con Bea. Il turismo chiude il cerchio, perché noi vogliamo portare in giro un prodotto e il turista che viene in Toscana lo deve poter trovare. Capire che ha comperato un pezzo di questa regione, che non è stato fregato. Per questo stiamo creando dei percorsi per scoprire dove nascono i prodotti Bea, olio, vino ed eccellenze, dove fondiamo tre elementi: il territorio, la parte monumentale e archeologica, e le aziende».

Un esempio?
«Potremmo parlare del marzolino, un pecorino schiacciato, un formaggio storico. Veniva fatto con il primo latte delle pecore dopo che avevano partorito e sin dal tempo degli Etruschi si preparava in contenitori di terracotta ovali, e poi in porcellana, dove lo si metteva a stagionare. È stato creato un tour che si conclude in una azienda, che fa parte del nostro circuito, dove i visitatori possono toccare con mano il processo per ottenere il formaggio, lo possono assaggiare e, se lo desiderano, Bea glielo fa arrivare a casa».

Voi siete una cooperativa, le aziende con cui lavorate ne fanno parte?
«Al momento abbiamo 63 aziende contrattualizzate, ma ancora esterne alla cooperativa. Siamo ancora in una fase di crescita, ma l’obiettivo è farle entrare tutte quante nella cooperativa; anzi vorremmo ampliare ulteriormente il numero di realtà con cui lavoriamo e portarle a circa 200».

Oltre al mercato italiano, dove siete presenti all’estero con i prodotti del Banco Etico Agroalimentare? «Inizialmente volevo fare solo estero, perché il mercato italiano è un mercato viziato, dove purtroppo sono presenti organizzazioni criminali in alcuni ambiti. Ma poi mi sono detto che non è possibile vendere solo all’estero: se un turista viene deve trovare gli stessi prodotti. Quindi abbiamo deciso di operare anche sul mercato italiano, attualmente al Centro–Nord. All’estero operiamo in California, Germania, Austria, Francia, Olanda, Lussemburgo, Belgio, Albania, Azerbaijan e stiamo andando in Cina, Brasile, Colombia, Inghilterra, Messico e Spagna. Tutto questo in circa un anno».

Come Banco Etico Agroalimentare alle aziende cosa offrite, oltre ai servizi di certificazione e formazione? Avete un sistema di logistica, una piattaforma di commercio elettronico?
«Abbiamo una logistica specializzata, con al suo interno 550 referenze pronte a essere spedite. Sono tutti articoli che possono essere conservati a temperatura ambiente, come vino, pasta o conserve. Il fresco viene recuperato direttamente dal produttore, per garantire così la freschezza e la genuinità del prodotto. Questo comporta un giorno in più per la consegna, ma garantisce che il prodotto arrivi nelle migliori condizioni. Abbiamo attivato anche una piattaforma di commercio elettronico, dove si possono acquistare direttamente molte delle nostre referenze a catalogo. Se aggiungiamo tutti i servizi di certificazione (bio, vegano, agriquilità) e quelli di formazione mirata nell’agricolo e nell’agrialimentare, si vede che vogliamo diventare un polo altamente specializzato nella agricoltura e nell’agroalimentare».